Zuppa catalana di vongole, seppie, capesante, pomodoro, limone, cipolla, aglio, peperoncino, zafferano, timo, rosmarino, olio d’oliva e vino bianco (per sfumare).

Oppure: genere teatrale spagnolo in cui si alternano numeri recitati, cantati e ballati. Una sorta di musical ante-litteram da consumarsi fra una passeggiata a Puerta del Sol e un piatto fumante del variato intingolo di cui sopra. Tradizione assai lunga, se si pensa che già Lope de Vega e Calderón de la Barca scrissero testi per questo genere; negli stessi anni, pressappoco, in cui Monteverdi a Venezia imbrattava di sarde in saor lo spartito dell’Incoronazione di Poppea.

La zarzuela subì le diverse influenze delle culture musicali via via dominanti nel panorama musicale europeo: gli Italiani, che nel Settecento spopolano con la loro scrittura vocale, sono i primi a esercitare la propria egemonia stilistica sul curioso genere spagnolo. I Francesi pensano al resto.

Il Romanticismo libera le nazioni dai gioghi stranieri, e la zarzuela, forte di questo vento, cerca in questa stagione una propria emancipazione linguistica; nel 1856 viene fondato a Madrid il Teatro de la Zarzuela, ancor oggi attivo. Il genere vive la propria década de oro fra gli anni Ottanta e Novanta dell’Ottocento, quando operano sulle scene un Federico Chueca e un più noto (forse) José Serrano. Le ariette e i couplé del teatro di zarzuela sfuggono volentieri dal palcoscenico nelle strade e nelle case, spopolano a tutti i livelli sociali: motivetti fischiettati al mercato, rigurgitati dagli organetti per via, ripresi col piano o la chitarra nei pigri salotti tronfi di pranzo e di sole.

Nella prima fase della produzione persino Manuel de Falla si dedicherà al teatro in musica della sua nazione. L’ultima sua zarzuela è del 1904, poi la sua fantasia magica si riverserà solo sull’opera e il balletto.

La zarzuela subisce una battuta d’arresto nell’età di Franco, tanto che si potrebbe dirla estinta negli anni Cinquanta del secolo scorso. Non si scrivono più nuove zarzuele come non si scrivono più Singspiele e operette, perché l’Europa che esce dal secondo conflitto mondiale non vuole più divertirsi come quei ceti che se sono usciti superstiti dalle macerie, sono stati a ogni modo annientati nel prestigio. Montserrat Caballé, Plácido Domingo e Ana María Martínez si sono dedicati in anni recenti alla ripresa e all’incisione di parti di questo vasto repertorio, che ancora oggi però non supera i confini spagnoli. Con l’eccezione dell’America caraiba e latina, dove la zarzuela ha soddisfatto la brama di scena ai popoli delle coltellate, dei baci e delle magìe.