Ripetizione, reiterazione, riproposizione, ripresa, ritenta e sarai più fortunato. Chissà che non sia la volta buona che qualcosa rimanga impresso nelle nostre sempre più labili memorie. Perché sta proprio nella ripetizione il segreto dell’interiorizzazione – non solo conscia – di una qualsiasi musica. Pare che la nostra mente funzioni per cicli, e cioè, sostanzialmente, che ammicchi con qualcosa di ricorsivo a tutte le strutture che si danno nella realtà; e dunque anche nella musica. Imprime in sé, costruisce percorsi di riconoscimento: “questo l’ho già sentito prima”.

Ritornello. Dalle ballate del virginalista trecentesco Francesco Landino (oppure detto Francesco Landini, oppure detto Francesco Cieco, oppure detto Francesco degli Organi, oppure detto Francesco da Firenze: metaritornello) alle ballate di virginalisti contemporanei quali i Pinguini Tattici Nucleari. Un bandolo di testo e musica che ricorsivamente ritorna. Ritornello nell’opera del Seicento, con un consort di 12 viole da gamba a inframezzare le strofette dell’allegoria della Musica, o della Tragoedia.

Poi ritornello nel concerto strumentale barocco, quello alla Vivaldi, che «scrisse quattrocento volte lo stesso concerto» (Dallapiccola): troppi ritornelli. Ritornello anche all’opera – aria col da capo: prima il lato A, poi il lato B, poi di nuovo quello A, identico a sé stesso come se l’apparizione di B non l’avesse nemmeno sfiorato. Inventiamo un esempio: sono come una nave in mezzo alla tempesta, sbattuta dai marosi. Ma ora sono giunto in porto. Sono come una nave in mezzo alla tempesta, sbattuta dai marosi.

Questa soluzione drammaturgica apparirà sempre più inaccettabile al Settecento, che tenta in qualche modo di superare queste forme eccessivamente stilizzate. Ritornelli smaccati sopravvivono tuttavia ancora per un secolo e mezzo in quelle composizioni strumentali in cui si deve imprimere nella mente dell’ascoltatore una precisa architettura formale: allegri in forma-sonata, adagi bi-tri-quadripartiti, rondò. Oggi tanti ritornelli della musica del Settecento vengono ghigliottinati (!) da parte di tanti esecutori perché personalmente mi piace più così oppure perché altrimenti diventa troppo lungo. Serissime ragioni del moderno interpretare, raffinato alla luce di formazioni lunghe, polivoche (masterclass e corsi di perfetionamento ovunque) e possibilmente costosissime (appunto).

L’Ottocento dove può non ripete, ma ripete variando – eppure Brahms è pieno di doppie stanghette col doppio puntino… allo stesso modo ragiona anche il Novecento, perché nulla del reale allo stesso modo ritorna. L’era delle verità condivise, di un sereno tornare su posizioni assodate, cede il passo all’acribia sul dettaglio mutante: nuove strumentazioni, cambi di registro, deformazioni metriche.

Chi oggi scrive ritornelli paro paro lo fa perlopiù con intenti neoclassici, o nostalgici, o minimalisti, che è poi la stessa cosa. Oppure è l’autore dei Pinguini Tattici Nucleari, ma questa è un’altra storia.

P.S.: Non tagliamo ritornelli: tante volte, se la ripetizione risulta noiosa la colpa è solo nostra…