Sistema di cinque linee, e quattro spazi da esse delimitati, che regola la notazione musicale.

Un piccolo passo indietro. Forse non lo sapete, ma nell’Alto Medioevo, probabilmente ancora indolenziti e confusi per la botta della caduta dell’Impero Romano, si faceva molta fatica anche al solo pensare di scrivere la musica. Aggiungeteci che a praticarla erano per lo più monaci panciuti e pigri ed ecco spiegato come mai per secoli il repertorio sia stato tramandato a memoria. Con quali esiti, chiunque frequenti una parrocchia, può facilmente immaginare.

Dovettero raggiungere livelli così orripilanti che, a un certo punto, un qualche maestro, suo malgrado dovette acconsentire perché sui testi liturgici i cantori appuntassero dei segni elementari, i neumi, affinché un minimo ricordassero almeno se scendere o salire con la voce. Col passare del tempo si fecero prendere la mano, la cosa piacque, capirono che per dei pigroni come loro leggere era meglio che memorizzare. Soprattutto capirono che per orientarsi era bene avere un punto di riferimento e scelsero la nota Fa. E così, che fai, non gliela tiri una bella linea? Prima a secco, così il maestro non se ne accorge e non si incagna, tempo dopo in inchiostro rosso. E poi un’altra, ma la facciamo gialla in corrispondenza del Do. E così via, una terza e una quarta.

E c’è da dire che a quattro si fermarono per un bel po’. Così infatti, per quello che dovevano cantare, piazzare note sopra e fra le linee tracciate bastava e avanzava. Non parliamo poi di che fatica ci volle per far avere dei simboli per le note: inizialmente ogni monastero ebbe la bella pensata di fare degli scarabocchi personali, così verso l’anno mille in Europa nessuno ci stava a capire più niente. Ma questa è un’altra storia, torniamo alle nostre quattro linee. Un tetragramma, cosiddetto. Ma il pentagramma? Nient’altro che una sboronata di, manco a dirlo, un romagnolo, certo Ugolino da Forlì, che per farla più grossa degli altri, un giorno si presentò in prova con ben cinque linee. À cxè?!! [Che cos’è?!!] – chiesero i compagni cantori, attoniti – Fata roba! Ad zugador l’Ugo! Testa Clà! [Che roba! Che mago Ugo! Che testa che hai!].

L’idea piacque e travalicò le colline di Romagna e da allora il pentagramma è stato il rigo musicale standard che ogni compositore ha usato per dare veste scritta alla sua fantasia.