La cara antica Grecia chiamò lirica la poesia recitata con l’accompagnamento della lira, strumento da due soldi, facilmente acquistabile alla fiera dell’est. Il termine passò successivamente a indicare, più in generale, quel particolare tipo di poesia che esprime la soggettività del poeta, cosicché gli scrittori più egocentrici poterono farne man bassa e sdilinquirsi in acuti lamenti e vanterie che nutrissero l’infinito iceberg del loro Es.

A proposito di acuti, in campo musicale l’aggettivo lirica si associa al termine opera, per indicare quel genere che prevede una rappresentazione scenica affidata a cantanti, accompagnati da orchestra e coro. Come il poeta, anche il cantante lirico è il tipico egocentrico che ama far vibrare l’ugola fino a trapanare i timpani e rompere i vetri. Il suddetto ama porsi al centro della scena, vestirsi in modo sgargiante e gloriarsi di eseguire arditi melismi nelle sue arie. Una specie alquanto singolare, dunque, simile a quella del pavone che sfoggia la sua sfavillante coda piumata durante il rito dell’accoppiamento.

L’unica differenza, invero, risiede nel fatto che il cantante lirico adotta questo comportamento come uno stile di vita, quasi una missione, e non si limita a impiegarlo nei momenti intimi della sua vita privata. Essendo questo atteggiamento alla lunga piuttosto snervante, chi è costretto a passare parecchie ore con questo tipo di specie protetta, può sempre trasformare una I in Y e assumere un po’ di lyrica: potentissimo farmaco antidolorifico, creato in laboratorio appositamente per ammortizzare le emicranie causate dalle insistenti volatine tipiche dell’opera lirica, chiamata anche, non a caso, melodramma.