Miles Davis, nato ad Alton il 26 maggio 1926 e morto a Santa Monica il 28 settembre 1991, è stato uno dei più famosi e importanti trombettisti della storia del jazz, sicuramente anche uno dei più mainstream, evento raro nel jazz.

A cosa si deve questo? Sicuramente allo stile, all’approccio unico e per così dire minimale al linguaggio improvvisativo del jazz. Dove tanti altri aizzavano le folle delle jam session con torrenziali effluvi di note – come John Coltrane e Sonny Rollins, per citarne alcuni – il buon Miles rispondeva con fraseggi e linee essenziali, scarne, causate anche, e questo lui lo sapeva bene, dalla sua non eccelsa perizia tecnica.

Oltre a questo, il suo successo lo si deve anche a una certa dose di ruffianeria, senza scomodare la parola paraculaggine (ops… ormai l’ho fatto), per la quale non si è mai fatto scrupolo di passare da uno stile innovativo all’altro, partendo dal ruggente e strabordante bebop, per passare all’hard bop, poi al cool jazz, svoltare per il jazz modale, adagiarsi sulla fusion e il jazz elettrico e crossover.

Ciò non è un male e non lo sarà mai: Davis è stato un vero maestro nel trasformismo e nel saper convogliare e comprendere appieno le peculiarità di questi stili. Ciò che i non addetti ai lavori però magari non sanno, è che Miles non è padre fondativo di nessuno di questi stili. Ha sempre cercato e trovato la novità del momento, per poi fiondarvisi e ghermirla a sé, come del resto ha fatto con molti spartiti di suoi colleghi.

Per ogni stile intrapreso, è però innegabile come vi abbia sempre impresso il suo indistinguibile marchio stilistico, come un accessorio firmato di lusso. Quello stile asciutto, al tempo stesso sia caldo che freddo, zigzagante e leggermente afono, grazie alla sordina della sua tromba. Uno stile impeccabile dunque, che sfociò in tutta la sua classe in un bel rutto assestato in faccia a un giornalista all’inizio di un’intervista.