Pubblichiamo oggi un racconto inviatoci dalla nostra lettrice Doriana De Luca, che ringraziamo per questo contributo. Esso muove le mosse dal celebre Lied wagneriano che gli dà il titolo e del quale alleghiamo in fondo il link a una superba esecuzione.

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“Andiamo a fare due passi?” sussurrò. Ci avviammo, risalendo lentamente il lungo viale.
Nessun rumore, all’infuori di quel brusio confuso e continuo che sa produrre la città, questa città.
Sibilante, fragorosa ruota del tempo, lama dell’eternità …
Un vento fresco ci accarezzava il viso e un intenso sole estivo disseminava nel cielo una polvere d’oro. Entrammo in un parco, ma, per qualche minuto, fui paralizzata da una misteriosa paura e non camminammo più.
Fermati, arrestati!
Le foglie di un salice piangente si riversavano stanche nello stagno salmastro. Le guardai e le compresi: anche io ero stanca, stremata, nonostante i pochi chilometri percorsi.
“Mi pare si riesca a respirare meglio qui che in qualsiasi altro posto!” mi disse, entusiasta.
Trattieni il respiro, placa l’impeto.
Si trovava a pochi passi da me, ma mi girai a destra e a sinistra in cerca della sua voce. Risuonava lontana, come se non appartenesse a nessuno. Mi coprii il viso con le mani.
“Non ho voglia di… scusami, io…” ogni parola mi costava fatica “c’è troppo rumore…”
Tacete, un solo secondo!

Stehe Still.
Parole, note, accordi di quel Lied avevano vissuto al mio fianco, quotidianamente, come un affetto.
Ebbi l’occasione di assistere ad una sua esecuzione dal vivo, nel mese di Febbraio, e ne rimasi profondamente colpita. Mi ritornò in mente nel primo giorno obbligatoriamente trascorso fra le mura di casa; ricordo che sedetti sul letto della mia camera e lo ascoltai più volte da capo a fondo, per ore. Stehe Still, fermati, un invito wagneriano a riflettere sullo scorrere del tempo.
Abituata com’ero a percepire la vita quale eterno affanno, costante corrente senza pause, pensai che un canto di stasi mi avrebbe aiutato a rallentare.
Stehe Still. Frenati, forza creatrice, pensiero primigenio che eternamente plasma!
Sarebbe potuto anche essere così, se le circostanze fossero state differenti.
Mi tormentai ad ascoltarlo per tutta la durata dell’isolamento, credendo di averne davvero bisogno, come nei peggiori amori. Ci volle poco, infatti, perché quella romanza iniziasse ad abitare l’intero spazio delle mie giornate, perché il sentimento che provavo divenisse totale e totalizzante. Il canto aderiva alle pareti del mio cervello e del mio corpo come una resina ambrata e bellissima, ma impossibile da rimuovere.
Iniziò a sembrarmi che lo scandire metrico di quei versi piegasse ogni angolo dei mobili, delle pareti, del parquet, che deformasse ogni cosa, che io stessa mi adagiassi molle sulle superfici.
Ne divenni ossessionata e, come spesso accade quando ci si ammala per qualcosa, ne traslai il significato: desiderai con tanta forza che il martellante sangue nelle vene dei miei polsi incatenasse il suo battito, da riuscire a percepirlo appena. Trascorsi le notti chiedendomi come potessi esistere ancora, come riuscissi a restare in vita, continuando a recitare quell’insistente rosario in crescendo: arrestati, che tu possa in dolce oblio tutte le delizie assaporare…
A cosa può portare un invito a fermarsi mentre tutto è già, irrimediabilmente, immobile? Quali delizie contemplare in un passare solitario?
Più forte di ogni fonte sonora esterna fu la frequenza generata da tali pensieri. Un’acuta onda oscillante che mi sorprendeva anche in quell’istante, nel primo momento che trascorrevo all’aria aperta, passeggiando in un parco, trovandomi accanto a qualcuno in carne ed ossa.
Nonostante lui, ero sola, reclusa nell’insopportabile trappola ossessiva costruita dalla mia mente.
Che invito illusorio mi ero dedicata? Sarei stata in grado di spiegare a parole ciò che mi era accaduto, che continuava ad accadermi?

Sentii il contatto delle sue dita sulle mie, le scostò piano dal mio volto e subito vi entrò una luce rovente. Strinsi gli occhi, come accecata dal raggio sottile che si irradia talvolta fra le sbarre della cella di un condannato. Molto lentamente presero forma, davanti alle mie iridi spaventate, i contorni del suo viso. Posava su di me uno sguardo preoccupato ed interrogativo, ma curioso.
Più di ogni altra cosa avrei voluto che mi aiutasse a liberarmi, che mi dicesse soltanto: ti ho capito.
Mi comprendeva in quel momento? No, certamente mi giudicava pazza. Mi esaminava, diffidava di me!
Ma non smetteva di osservarmi.
Quando estatici gli sguardi bevono gli sguardi, l’anima tutta nell’anima si perde; creatura nella creatura si ritrova, e s’annuncia il coronamento di ogni speranza.

“Va bene. Non parliamo” disse infine “vorrei solo che continuassi a camminare con me”.

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Doriana De Luca

Nell’immagine di copertina: Salvador Dalí, La persistenza della memoria, 1931, New York Museum of Modern Art.