Terza e ultima parte del racconto che Luigi Casolino ha scritto per la nostra rubrica HAUSMUSIK.

Terzo atto

Non fu più in grado di dire cosa fosse realtà e cosa fosse frutto del sogno, cosa stesse realmente percependo e cosa fosse stato inscenato in quella pièce viva nella sua mente, che altro non era, adesso lo aveva capito, una commedia umana, per altro grottescamente mal riuscita. Vero e non vero si intrecciavano, ma ciò non doveva riguardarlo, ora che il suo destino si dipanava fuori, all’esterno di quella porta, sulla terrazza.

Il paesaggio che gli si parò dinanzi agli occhi gli parve irreale, ma al tempo carico di una vividezza indubitabile. Sotto l’occhio abbacinante della luna, che a tratti si nascondeva dietro lacerti sfilacciati di nubi, santi anacoreti percorrevano in processione gli angusti sentieri che si snodavano tra i dirupi di montagne vicine. Ciondolavano lentamente, tenendo tra le mani flebili lumi, ammansendo belve feroci che qui e lì si aggiravano nella buia boscaglia. Dalle vette di questi monti i piccoli occhi degli asceti scrutavano il nuovo venuto, il quale, nonostante fosse giunto finalmente a quello che credeva essere il punto più elevato in tutto il globo terraqueo, si percepiva intimidito dall’imponenza delle rupi che circondavano tutt’intorno la terrazza. I boschi abbarbicati sulle scoscese pareti di roccia mormoravano parole indistinte, sospiravano forse le lamentazioni impietosite per un uomo vessato dalla cruda violenza del tempo, ma riservavano forse anche il dolce rimedio che lenisce la piaga purulenta. D’improvviso un lampo scuote la calma immota dell’aere montano, precipita, amorosa nel suo scroscio, la massa acquea giù nella gola, per irrigare, pronta, la valle. E ancor più inebriante dell’intenso profumo di fiori, un profondo senso di pace e pienezza si impossessa di lui.

Ecco, uno stuolo di angeli, un coro mistico, discende dalle sfere celesti e gli si fa incontro, sussurra pensieri d’amore. I demoni senza volto, i diseredati mortiferi annunciati dalla marcia militare nel fondo del suo appartamento si sono sostituiti al grande assembramento celeste, che protende le braccia verso di lui. «O Dio! Dona sollievo ai pensieri, illumina il mio cuore doloroso!» esclama il camminatore, ormai prostrato sulle ginocchia, lacrime calde gli rigan le gote. Dalla bocca socchiusa di un angelo, discostatosi dal resto del gruppo, profonde un canto sottile, una voce scura, ma non opaca, di giovane donna: «Tuo, quel che hai amato, tuo, quel che hai combattuto!». Al suo fianco si accosta un altro angelo, che, con voce più sottile e più acutaancora, sovviene elargendo conforto: «Oh, non invano, credi, tu sei nato, non invano hai sofferto, vissuto!». Al canto di entrambi segue la malinconica melodia di un violino che si perde nell’aria, accompagnata dal ritmico cadenzare di bassi pizzicati che lasciano il posto a linee granulari di arpe lontane e al profondo e inquieto motteggiare di bassi e tenori. Tutto è sospeso. «Quel che è esistito deve passare» mormorano. «Quel che è passato deve risorgere!» gridano trionfalmente subito dopo. È un immenso e intricato trionfo di suoni, l’atmosfera intera è squassata nel festoso crescendo che conduce alla consacrazione. «Finisci di tremare! A vivere, a vivere preparati!».

Tutto il coro continua a intonare canti di giubilo, un’orchestra intera si inerpica sulle sonorità più audaci e maestose. Il corpo mortale del nostro camminatore è attraversato da parte a parte da brividi di gioia e sente sollevarsi verso un mondo superno. Si svincola dalle vestigia terrene, si libra sulle ali di un adempimento tanto agognato, ecco che volteggia in aria e supera il parapetto della terrazza, le lacrime continuano a mondare i suoi resti mortali, e montano ostinate da dietro le palpebre e sgorgano infinite dagli occhi arrossati. Una figura divina di donna incede verso di lui spartendo a metà il coro gaudente, gli allarga le braccia, come a un figlio perduto e ora ritrovato. Tutto sembra compiersi, tutto il dolore è donato di senso, soggiunge il suono assoluto della conciliazione eterna.

Ma ecco che in quel momento la musica precipita, un rovinoso capitombolare dei suoni li tramuta in rumori assordanti e i volti degli angeli sfumano nello smunto grigiore di un mondo insensato, quando invece di colore era pienamente imbevuto l’aere celeste che lo circondava pochi secondi prima. La vertigine allo stesso tempo gli annebbia e gli schiarisce lo sguardo, nella frenetica e angosciosa consapevolezza che non è giunto nessun Paraclito a consolare le sue mondane vestigia, ad assurgerlo all’eterno femminino. Ora rammenta l’enigma del giullare che rideva di lui sulle scale che dovevano essere il sentiero catartico per la liberazione, quando invece non furono che il tortuoso cammino verso il nulla. E sotto i suoi piedi, ora, al di là del parapetto della terrazza, si estendeva un oblio tutto terreno.

«Tutto ciò che passa
È soltanto simbolo,
L’insufficiente
Qui ha compimento;
L’ineffabile
Qui ha già esistenza;
In alto ci trae
L’eterna femminea essenza»

Luigi Casolino

Nell’immagine di copertina: Hermann Salomon Corrodi, Notturno sul monte Athos, 1905, collezione privata.