Prosegue da ieri (e continua domani) la pubblicazione a puntate del racconto “Il canto di uno in cammino” scritto per HAUSMUSIK da Luigi Casolino.

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Secondo atto

Quanto fu arduo giungere alla meta, non lo seppe dire. Né seppe valutare quanto tempo trascorse mentre si affaticava a salire le scale. L’ascesa a quella piccola fessura nel muro, che doveva essere l’ingresso della terrazza, durò tutta la sua vita, o forse solo pochi secondi, fatto sta che respirare gli era diventato gravoso, quasi come se l’aria si fosse rarefatta, o come se il suo corpo, ormai vecchio, non reggesse più il peso di anni infiniti cumulatisi sulle spalle incurvate. Non seppe giudicare nemmeno quanti fossero i piani di quel palazzo, o quante famiglie vi abitassero, tanto che immaginò che in quella moltitudine di appartamenti potesse vivere il mondo intero. E lui mai se ne accorse fino ad allora.

I primi scalini che aveva salito gli erano sembrati invalicabili, il suo incedere era un continuo balbettio, un tema mal pronunciato da violini inesperti, titubanti che il passo successivo possa in realtà far cadere in fallo. Ne saliva due, ma era più in basso di quattro. La scalinata era buia e vano era il tentativo di accendere le luci, che a quanto pareva erano staccate. Il buio avvolgeva la ringhiera e il suo incerto inerpicarsi, mentre, aggrappato al corrimano, non vedevaquasi nulla intorno a sé. Ciononostante, man mano che si rendeva conto che una rampa era stata ormai lasciata alle spalle, tenue baluginava il sorriso notturno della luna dall’alto del lucernaio, e forse più vicino sentiva il fresco respiro dell’esterno. Non si capacitò, però, del fatto che già fosse sorta la luna, dato che l’ascesa era iniziata alle prime ore del mattino, e che adesso invece era già notte.

In quel momento un senso di profonda stanchezza lo pervase e un brivido freddo lo percorse lungo la schiena sudata. Il teatro della sua mente si rianimò proprio quando invece il suo afflato vitale sembrava lo stesse abbandonando. E sulla scena compare il giullare, con dei sonagli in mano. Li scuote perfettamente scandendoli a tempo, mentre dal basso risale un motivo fluido e a tratti inquieto, di flauti acquatici gorgheggianti. In pochi secondi il menestrello esclama: «Lode agli ultimi e ai diseredati! Quello che stai per udire è la beatificazione dei dimenticati! Tutto è finto, tutto è vano, credi alle parole di codesto villano!» e allora, dalla sua bocca fluiscono frasi e parole dolci, danzanti, che però non sono fonemi, né articolazioni linguistiche, bensì suoni di corde e di archi, prima sospesi, poi distesi in un ondivagare leggiadro. Il giullare danza sulle sue stesse improbabili parole e frattanto l’aria perde il suo sapore stantio, inizia a impregnarsi di un retrogusto dolciastro di fiori maturi, lì per lì rivitalizzante. Il nostro camminatore ne fu inebriato e la fatica dell’ascesa sembrò più lieve e non così sfibrante.

La comparsa del giullare lo aveva scosso, un’allucinazione onirica che gli lasciava una punta di amaro persistente sullo sfondo di quel pervasivo sapore zuccherino.Ma ecco che pochi scalini lo separavano dal pertugio squadrato, un rettangolo blu, sottilissimo, stagliato nella nera oscurità. Era giunto alla bocca, aveva scalato i gradini di un tortuoso intestino su se stesso attorcigliato, aveva arrampicato le pareti di un esofago buio, e sì, adesso era prossimo al cavo orale tanto agognato, da cui sarebbe stato vomitato fuori nell’impalpabile e sospeso respiro notturno, accompagnato dai campanacci di mucche che suonano a festa. Sulla porta campeggiava una scritta e recitava: «Vieni, spirito creatore, visita e illumina la mente di chi confida in te. Colma di grazia divina i cuori che hai creato».

Continua…

Luigi Casolino


Nell’immagine di copertina: Lucien Lévy-Dhurmer, Le Silence, 1895, Museé d’Orsay.