Iniziamo oggi la pubblicazione a puntate, per tre giorni consecutivi, di un originalissimo racconto denso di musica e pensiero, appositamente scritto per HAUSMUSIK da Luigi Casolino. Lo ringraziamo di cuore per questo suo contributo.

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Primo atto

Giocherellava pigramente con la penna che era poggiata sul tavolo. Fuori dalla finestra il mondo continuava a girare vorticosamente, seppur nella lattiginosa umidità di un insipido lunedì mattina, mentre dentro quelle mura, tra le quattro pareti della sua stanza, le ore e i giorni trascoloravano indistintamente nel muto grigiore di una quotidianità sciatta e ormai insopportabile. Si affacciavano alla mente pensieri di morte e il grave silenzio di quella mattina li incitava ad assembrarsi sulle sottili sponde della lucidità, mentre sotto i loro piedi scorreva impetuoso il torrente del tedio e del tormento. Le nuvole dal cielo sembravano scendere sulla terra come un sipario logoro e sottile, schiacciando il respiro dei mortali sotto una coltre di polvere che rendeva l’aria irrespirabile.

Ecco a voi lo spettacolo, signore e signori! La fanfara degli ottoni squilla da dietro le quinte, il dramma degli uomini imprigionati nelle loro celle e impegnati a lottare contro la propria psiche può cominciare! Sedetevi comodi e non applaudite prima che la pièce sia finita, se mai finirà. Non è facile vivere con se stessi, mentre si percepisce il respiro pesante e affannoso di un’incipiente follia che posa il mento aguzzo sulla spalla, quando seduto rimugini quei pensieri di morte. Ecco che allora si intravede meglio lo stuolo di cenciosi disgraziati, lì proprio sulle sponde di quell’Acheronte tumultuoso. Una massa di diseredati, figure persistenti, lì, gomito a gomito, facendosi spazio per abbandonare la riva del raziocinio e immergersi nelle sulfuree rapide che scorrono ai loro piedi. Alcuni avanzano al tempo di una marcia solenne, perentoria, scandita dal ritmo incessante di crome puntate, che salgono, salgono sempre più intense ed esplodono nel tetro barrito degli ottoni, mentre i violini delineano un tema squadrato e militaresco, e al contempo quasi già sentito, come se lo avessimo udito decenni or sono, nelle stradine di un paese sperduto al di là delle Alpi. Poi precipitano languendo, capitombolando velocemente giù per gli scalini aspri di quell’asprezza tipica della parodia, mentre un attimo dopo, sulle sferzate violente dei bassi, tornano ad inerpicarsi sulle vette angolose della marcia. Eccoli, dunque, con i loro volti smunti, i pensieri mortiferi, nel babelico intrecciarsi dei corpi, l’eloquente silenzio dei visi senza bocca, che dal carnascialesco corteo tentano di gridare ed essere sentiti, rendendo poltiglia il terreno argilloso sotto i piedi.

No, basta, non poteva sopportare quel tumulto assordante, eppur così silenzioso. Fine primo atto, aveva bisogno di aria, aria fresca, per i polmoni rinsecchiti dall’irrespirabile coltre di fumo che aleggiava nella stanza. Si ricordò di quel vicino che un giorno, sul pianerottolo, gli disse che in cima alle scale, all’ultimo piano del palazzo, vi era una terrazza, che dominava tutta la città, data la vertiginosa altezza dell’edificio. Decise di andarci subito, pensando che forse, nonostante il mesto grigiore di quella mattinata, la vista del panorama avrebbe potuto mutare le sorti di quel dramma, deviare in modo decisivo il moto costantemente circolare di quei pensieri, tramutare in angeli i demoni.

Continua…

Luigi Casolino

Nell’immagine di copertina: James Abbott McNeill Whistler, Nocturne in Grey and Gold: Chelsea Snow, 1876, Harvard Art Museum.