Nel 1956 due grandi nomi dell’epoca se le danno di santa ragione. Metaforicamente parlando, si intende, dalle colonne del “Notiziario Einaudi”. D’altronde è una stagione ricca di idee e di argomenti, di geniali intellettuali, che dopo i minimi storici dei totalitarismi e delle guerre, si spendono a ridisegnare una società, un mondo intero, non privo di contraddizioni ma pieno di voglia di rivalsa, di ideazione, di confronto, spesso acceso sino al polemismo. Diego Carpitella, etnomusicologo, e Massimo Mila, storico della musica, studiosi massimi dei propri campi, si fronteggiano sull’esistenza e sui connotati di un repertorio popolare italiano, un interrogativo che oggi ci può apparire oziosissimo, ma che all’epoca riusciva ad entusiasmare ancora per i mille rimandi all’attualità. In sostanza, Mila ritiene che tale repertorio sia stato storicamente succube dell’immensa tradizione colta con cui l’Italia partecipò da protagonista nella definizione del sistema tonale e che, dunque, fosse tale identità musicale così pervicace da inibire e influenzare l’originalità delle classi popolari. Contrariamente, Carpitella sostiene una posizione che si rivelerà rivoluzionaria per i sonnecchiosi e tardivi studi etnomusicologici italiani: è esistita e testimoniata una cultura popolare italiana totalmente autonoma rispetto alle strade della cultura dominante, non diversamente dalle tante degli altri paesi in cui – si pensi l’est europeo – essa viene concordemente riconosciuta. Tuttavia bisogna saper distinguere fra il repertorio autenticamente “popolare” e quello “popolaresco”, quest’ultimo un sottoprodotto estetizzante, romantico ed esotico che si deve probabilmente a una cultura artigiano – urbana viziata dalla visione che ne avevano le classi culturalmente dominanti.

Questa discussione si ha in un contesto ancora profondamente scosso da grandi contrasti e rivendicazioni sociali e, nonostante il rapidissimo e storico “ammodernamento” in corso, concetti come proletariato, lotta di classe, coscienza di classe e persino rivoluzione sono tutt’altro che estranei alla vita culturale e politica della novella repubblica italiana. Le lotte primarie ruotano attorno alla dignità del lavoro e vedono masse sottoposte a sfruttamento e repressione come nei cento e più anni prima. Certo l’organizzazione partitica e sindacale è evoluta e non deve fare i conti con una costituzione monarchica, eppure sono gli anni dei grandi scioperi generali e delle brutali repressioni che lasciano in piazza i morti. La realtà vede gli operai del nord e i contadini del sud mobilitarsi a rivendicazione di una vita più dignitosa.

Le classi popolari, quindi, animano ancora l’attualità del Paese e con esse la loro cultura secolare di canti e danze. Diversamente da quanto si può immaginare, non è un repertorio fermo e arcaico, ma anzi è un patrimonio in continuo aggiornamento e ricettivo dei sentimenti e dei motivi degli eventi più recenti, si fa registrazione precisa dell’attualità di cui d’altronde i suoi creatori sono attori diretti. Senza sconti ed edulcorazioni diventa musica della storia. In tale repertorio, i canti di lavoro sono una produzione importante e altamente rappresentativa delle priorità delle classi subalterne, ma inquadrabili in un più generale insieme di cosiddetti canti di protesta, i quali si svolgono in un reticolo complessissimo di varianti, generi e origini, oltre che contesti regionali. Naturalmente l’avvertimento di Carpitella si fa quantomai centrato in questo caso, la distinzione tra il popolare e il popolaresco spesso di assottiglia: l’avvicinamento alle ideologie sociali di derivazione borghese, il rafforzamento identitario e organizzativo dei movimenti – socialista, anarchico e sindacali, prima, i partiti politici poi -, l’inevitabile progresso tecnologico mediatico e industriale, il grande interesse suscitato nell’intellighenzia e nelle avanguardie artistiche del dopoguerra e il passaggio di testimone dagli attivisti popolari a gruppi musicali specializzati di intellettuali e cantautori “impegnati”, rendono via via più attuali quelle musiche, che tuttavia perdono qualcosa in originalità. O, comunque, si ascrivono a quel “folklore progressivo” con cui De Martino intendeva i prodotti culturali attraverso cui le classi subalterne riflettono consapevolmente sulla loro condizione sociale.

I canti dei lavoratori e degli sfruttati, dunque, si trovano a centinaia lungo lo stivale e a seconda dei contenuti e dell’origine, potremmo cercare di raccoglierne alcuni blocchi, assolutamente insufficienti ma indicativi.

Innanzitutto ci sono quei canti, forse non proprio di genuina origine popolare, ma mediata, ma che certamente fra le classi popolari finirono per divenire identitari, inni diffusissimi e ufficiali di tutte le mobilitazioni, le manifestazioni, gli incontri, le riunioni. Si ascrivono tutte le canzoni di propaganda socialista, centrate sul protagonismo delle masse oppresse e sulla retorica cara di un avvenire luminoso e prossimo, con puntualmente il richiamo ai valori dell’internazionalismo e di fratellanza, ma anche l’urgente incitamento a sollevarsi definitivamente contro la canaglia borghese. Fra queste ricordiamo l’internazionale, la Marsigliese del lavoro e Bandiera Rossa, canti ancora oggi iconici.

A questi più celebri, si affiancano altri titoli, anch’essi fra i più antichi e legati alle prime lotte ottocentesche nell’Italia preunitaria e sabauda: fra il 1847 e il 1860 al sud nascono rivolte contro l’esproprio demaniale perpetrato dall’aristocrazia e per la redistribuzione delle terre, nel 1868 l’imposta sul macinato provoca le rivolte in Emilia, la crisi degli anni ’80 produrrà numerosi focolai di protesta sino alle rivolte del 1889 a Milano, i Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894 e i moti del 1898 ancora a Milano, nel 1906 la lotta per le otto ore e le proteste nelle risaie. Tutti questi movimenti vengono puntualmente registrati nel canzoniere dei lavoratori e l’emozione delle agitazioni, la rabbia delle rivendicazioni e per le sanguinose repressioni vengono restituite in numerosi titoli, come La Boje!, canto che risale ai moti del 1882 in Polesine e Romagna – a seguito dei quali si posero le basi per il diritto di sciopero -, o Evviva nüm, nata durante le sommosse nell’ alto milanese del 1889; ma anche Se otto ore vi sembran poche, canto delle “monda riso”, le mondine che, per le terribili condizioni insalubri di lavoro e la tenace combattività, diventano fra i simboli della lotta sociale nell’ immaginario progressista, oltre ad essere protagoniste di accese rivendicazioni ancora negli anni ’50. Fan parte di questi filoni anche i Canti alla boara, brevi componimenti in dialetto o endecasillabo diffusi nelle campagne romagnole e di parte dell’Emilia.

I canti, poi, certamente si raccolgono in filoni piuttosto unitari e stereotipati a seconda dei vari mestieri che andavano ad accompagnare, secondo una pratica tipica in tutto il mondo – ci viene in mente lo spiritual afroamericano – : oltre ai già citati canti delle mondine, che compongono un repertorio nutritissimo proprio per la particolare condizione di lavoro – perfetta per forme di socialità come il canto collettivo -, anche e non dissimili i canti che accompagnano la mietitura, un po’ in ogni campagna d’Italia, o la meccanicità del lavoro operaio e artigiano: in essi non si scorgono tanto i sentimenti ribellistici e forcaioli tipici dei canti di lotta, quanto piuttosto esternazioni amare e pietose della durissima vita di lavoro, con spesso immagini vivide e spietate della povertà e del giogo padronale. Non meno che i canti delle mondine, il repertorio lombardo delle filandere, le lavoratrici dell’industria tessile, costituiscono un grosso gruppo coerente nel repertorio. Fra le tante: Povere filandere, Mama mia mi son stüfa, Son maritata giovane. Interessanti i canti dei battipali a Venezia (Santo Michele testimoniato da una registrazione di Luigi Nono), e quelli degli stagionali toscani (Lamento del carbonaro) o i canti dei pescatori e delle tonnare siciliane.

Spesso i testi rivolgono aspra violenza contro la classe padronale e sono pieni di immagini lugubri. Buona parte delle canzoni anarchiche indugia in simili atmosfere (E verrà il dì che innalzerem le barricate, Mano alla bomba, Figli della plebe, Inno individualista), ma sono anche molte le canzoni di miseria che si ammantano di una delicata struggente poetica: tra le altre, Addio, addio amore e Maremma amara, quest’ultima una delle melodie più celebri e toccanti, fra l’altro in comune con un canto antimilitarista di origine incerta, forse settecentesca.

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Accanto al repertorio popolare più strettamente detto, la stagione delle grandi rivendicazioni sindacali tra otto e novecento si accompagna anche a inni celebri con firme autoriali. Oltre le già citate hit socialiste, ricordiamo il Canto dei pezzenti, da una poesia di Carlo Ponticelli stampata nel 1881 e musicata intorno al 1895 da certo Vecchi, maestro di banda, e naturalmente l’Inno dei lavoratori, con testo di Filippo Turati e musica di Amintore Galli. Ma anche un curioso Inno del primo maggio del rivoluzionario anarchico Pietro Gori – autore dell’indimenticabile Addio a Lugano – sul Va’ pensiero di Giuseppe Verdi.

Diego Tripodi