Ancora grazie a Carlo Innamorati, di cui pubblichiamo con piacere questo racconto breve scritto per la nostra rubrica HAUSMUSIK.

La luce si affacciava appena al giorno, disegnando con colori di deserto la sommità dei condomìni. Un usignolo gorgheggiò, salutando la luna che tornava nella notte, dall’altra parte del mondo. Rispose un altro usignolo e qualche altro trillante pennuto, con passaggi e gorgheggi da far impallidire i virtuosi di canto del secolo barocco.

Da lontano veniva il rumore della tangenziale lontana, sordo bordone moltiplicato dal silenzio della città deserta.

Due colombi tubarono su tessiture medie tendenti per sfumature ora al basso profondo ora all’acuto. Un altro cinguettio più squillante sembrò salutare il bocciolo di geranio che stava per esplodere in fiori rosa e lilla. Mancava il basso continuo degli aerei che andavano ad atterrare nell’aeroporto vicino, chiuso orami da tempo, arrugginito. Il silenzio notturno diventava concerto di risvegli, ritmato da frulli di ali.

Più tardi con la luce dilagante sarebbero arrivate le voci umane, con la voglia e l’impossibilità di uscire per sentire a che punto fosse la primavera. Il canto degli uccelli sarebbe finito in sottofondo, come in certi momenti di attesa e forse di minaccia del Sacre stravinskijano.

Giuseppina la cantante allora spalancava la finestra per cambiare l’aria del sonno. Saggiava qualche vocalizzo contro il rumore della città che si risvegliava, lanciava un gorgheggio, facendo risalire il ppp di uccelli ed uccellini, nonostante le cornacchie, irriverenti, rispondessero, svettanti sugli altri clandestini volanti della città, con un sinistro gracchiare. Poi richiudeva subito tutto, vetri e imposte, per non far entrare troppo l’aria fredda e neppure il sole, per non danneggiare l’ugola delicata e la carnagione eburnea.

Nessun suono trapassava i doppi vetri e Giuseppina si poteva stendere sul divano e aspettare tranquillamente, sognando di strappare la parte di Aida alla rivale, nel grande teatro, e di essere trascinata dall’amore di Alfredo. Si alzava solo per il pranzo. Provava qualche altro vocalizzo, saggiava prudentemente una scaletta, un’altra e un’altra ancora. Dopo aver mangiato, si riposava.

Nel primo pomeriggio primaverile, finalmente, si avvicinava al pianoforte e dopo aver adeguatamente riscaldato la voce si lanciava a provare il suo pezzo forte, quel “Sempre libera degg’io folleggiare” che già trent’anni fa l’aveva resa famosa.

Si erano fatte quasi le 19 di un pomeriggio ancora luminoso di tarda primavera. A quell’ora di solito riapriva le finestre, si affacciava al balcone e, ormai pronta, lanciava il suo acuto nel cortile, lasciando ogni volta stupiti tutti quelli che come lei erano asserragliati ormai da più di un anno nei loro appartamenti o stanze in affitto.

Anche quel giorno uscì, si sporse e, mentre poggiava i polmoni sul diaframma, qualcosa la turbò. All’inizio non capiva cosa. Poi a poco a poco le fu chiaro.

L’onda di rumori lontani, attutiti di giorno dagli spessi infissi, sembrava scomparsa. Pareva una di quelle notti d’estate nella casa sul promontorio sul mare, quando le onde si calmano, il vento cade e lo specchio dell’acqua si lascia avvolgere da stantii vapori di scirocco. Nulla, allora, si muoveva sotto vapori malati. Nulla sembrava agitarsi, ora, nei palazzi, nel cortile.

Le grida dei bambini nella scuola di fronte erano scomparse da tempo. Ora non si udivano più neppure gli scarsi passi dei vicini e le loro voci. Anche il gracchiare delle cornacchie sempre all’erta in cerca di cibo era svanito, e così il volo dei piccioni, i trilli di uccelli e uccellini, il frusciare del vento tra le foglie delle piante.

C’era una quiete più profonda che nella sua casa serrata. Tutto era attutito, smorzato, finito. Dovette pizzicarsi per capire di essere ancora viva. Provò il suo acuto, pensando che così avrebbe risvegliato quel mondo affatturato. Venne fuori un rantolo sordo. Si diede un pizzico. Niente, neanche un urletto. Si fece ancora più male, per provare almeno a emettere un grido strozzato o un qualunque altro segno di vita in quel deserto. Nulla.

Il sole ora stava tramontando e l’orizzonte, dalla parte libera dai palazzi muti, diventata verde e bluastro. Si raccolse, concentrandosi su tutte le forze residue e provò a spingere il fiato, per squillare a scuotere il cemento vuoto. Dalla gola bruciata uscì solo silenzio, come se tutte le voci e i suoni, anche dentro di lei, si fossero disseccati. Con gli occhi le sembrò di toccare il silenzio totale, uno stato di passaggio tra il precario e l’infinito.

La fine della sua carriera, per sempre. L’uscita dalla sua vita.

In quel momento sentì un battere ritmico attutito, lo zampettare di un merlotto che si muoveva goffamente. E l’urlo morto eruppe di vita di suoni, indistricabili, fino allora mai provati, consolatori, devastanti, lacerati, teneri, pietosi. La notte la avvolgeva.

Carlo Innamorati

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Nell’immagine di copertina: Edward Hopper, Morning Sun, Columbus Museum of Art, 1952. Nell’immagine nel corpo del racconto: John James Audubon, American Magpies, dal volume illustrato The birds of America, 1827–1838.