Quando suonare in pubblico è vietato per legge, insieme a tutte le cose che coinvolgono più persone in uno stesso posto, i timidi gioiscono, i musicisti si disperano e gli studenti di Conservatorio stanno nel mezzo, felici di aver tempo da dedicare allo strumento, preoccupati per le lezioni che si accavalleranno in futuro. Intanto, per tutti loro, la nuova edizione di Suonare in pubblico, scritto da Christian Agrillo, chitarrista e studioso di psicobiologia, potrebbe essere un ottimo strumento per prepararsi agli impegni venturi.

Purtroppo, anche se ammetto di averlo sperato, questo libro non si può riassumere con un elenco delle cose da fare per suonare bene in pubblico, perché, udite udite, queste cose non esistono.

Il merito del libro è proprio quello di portare alla luce la complessità del gesto musicale, uno di quei movimenti cosiddetti “fini” perché richiede una raffinata coordinazione tra mano e cervello, anzi tra dita e cervello.

Quello che tutti i musicisti intuiscono nel tempo e con la pratica, Agrillo lo spiega in modo scientifico, accompagnando il lettore in un viaggio che parte dall’ontogenesi del gesto musicale, da ricercare nell’Africa orientale di quattro milioni di anni fa, fino allo studio della condizione psicofisica (arousal) ottimale per un’esecuzione pubblica. In quanto musicista, poi, non si dimentica di dare il giusto spazio a quello che è il vero segreto di ogni concerto ben riuscito, ossia la preparazione. Sono molto interessanti le pagine che dedica a un “esempio pratico di approccio allo spartito”, un vero e proprio metodo di studio in cui nulla è lasciato al caso: se è bene simulare la situazione dell’esecuzione, è per quella forma di apprendimento che provoca “l’assuefazione alla risposta d’ansia legata al salire su un palco”; se è importante prestare attenzione alle prime fasi dello studio e a una diteggiatura corretta è perché “non è ancora stato dimostrato che tutto si possa dimenticare pienamente, ad esempio un gesto automatizzato in precedenza”; se durante un concerto chiedersi “A che punto sono? Che dito devo usare” equivale a giocarsi la serata, è per la “teoria del monitoraggio volontario dei gesti”, e così via.

Quello a cui, invece, quasi nessun musicista pensa come a un momento importante per la propria crescita personale è quello dell’autovalutazione alla fine di un’esecuzione pubblica, a cui invece Agrillo dedica il penultimo capitolo: sapersi autovalutare, facendo un giusto bilancio tra opinioni proprie, del pubblico e magari ascoltandosi a posteriori da registrazioni, può indirizzare verso corrette scelte future.

Frédéric Zigante

Il viaggio del musicista descritto da Agrillo, dal gesto musicale all’esecuzione pubblica fino all’autovalutazione, si conclude con una nota dolce, la dimostrazione pratica dopo la teoria: l’intervista a Frédéric Zigante, uno dei più influenti chitarristi del panorama italiano. Per lui, nonostante in italiano “suonare” sia una parola diversa da “giocare”, bisogna ricordare sempre che la componente di gioco e di azzardo è parte integrante della vita del musicista, e che, spesso, quelli che a prima vista sembrano errori, possono diventare idee.

Roberta Rimondi

Christian Agrillo, Suonare in pubblico. L’esperienza concertistica e i processi neurocognitivi, Roma, Carocci editore, 2020, pp. 115, euro 12,00.