Grazie a Michele Sabbadini, che ci propone un contributo autobiografico ben diverso da quelli finora pubblicati. Con un articolo che non tralascia il racconto di uno spazio sonoro, del potere della parola e della voce…

Le estati padane le capiscono solo i padani e nessuno ha mai ascoltato davvero il ritornello del caldo padano: sole già rovente alle 8 del mattino e un’umidità capace di trasformare ogni movimento in un’asfissiante nuotata. Ma soprattutto le estati padane, solitamente, sono sempre tutte uguali. Io però un’estate diversa dalle altre me la ricordo e risale alla mia terza superiore, 7/8 anni fa. Il nostro professore di Scienze Umane, sempre un passo avanti rispetto ai ministeri, decide di spedire me e i miei compagni puberali a fare dei tirocini in giro per la zona, per imparare a fare danni già da giovani. Io, completamente assorbito dall’esplosione de La Grande Bellezza e la conseguente infatuazione per “l’odore delle case dei vecchi”, scelgo di andare in una RSA, anche detta Casa di Riposo/Ospizio/Canto del cigno/Le Mortuaire. 8 minuti di scooter tirato a sovrastare trattori e cicaleggio: sinfonia pragmatica.

Vengo affiancato allo staff dedito all’intrattenimento degli ospiti, un manipolo di simpatiche signore quanto mai tenaci nel convincere anche il più scontroso degli anziani a unirsi al Memory o alla cantata di gruppo, ma anche delle grandi professioniste impegnate a ricordare a un malato di Alzheimer quello che un malato di Alzheimer riesce a ricordare.

È un lavoro talvolta frustrante, nel quale la personale professionalità deve fondersi con il lavoro di un’équipe, nell’unità del comune obbiettivo di accompagnare le persone verso l’inevitabile – ma non per forza prossimo – epilogo.

Io vengo investito di un compito centrale, direi vitale: leggo il giornale agli ospiti, compromesso perfetto tra quell’esperienza e il mio sogno di diventare un giornalista (ma va bene anche uno strillone). Assieme ai miei nonni cavalco le onde della cronaca e delle inchieste, mi inerpico tra gli editoriali e i commenti e mi infervoro sugli occhielli accattivanti de La Voce di Mantova, un quotidiano così upper che a fine lettura tutto l’inchiostro è tra il pollice e l’indice. Preferenza: notizie tragiche, così da far apprezzare ai nonni la quiete del parchetto.

Effettivamente, tolto il passaggio di qualche sporadico tir, i rumori della cittadina sembrano evitarci e venirmi in aiuto. Nel mese di servizio leggo loro di tutti i disastri sulle strade del mantovano, di un rapimento e persino dei lavori sulla Spolverina, una strada vista l’ultima volta dai miei uditori forse una decina di anni fa. Dopo la lettura e interventi vari si ritorna in reparto. È lì che rivedo una persona della mia infanzia, una figura vicina anche se sempre con una certa distanza. Si chiama Amalia ed è la madre di Gino, vicino di casa di mio zio.

Nata nel silenzio della Sila, non è mai riuscita a non firmare con la X. L’italiano è sempre stato stentato nella lotta impari con il dialetto e la decodifica del suo parlato un’impresa. Però è una persona delle mie estati a casa della nonna e la saluto con gioia, ben sapendo di non potere essere riconosciuto. Mi guarda e sorride e tutto sommato può bastare anche questo. Il tirocinio finisce e Amalia non la vedrò più, per sempre.

per sempre

Salto in avanti fino a qualche giorno fa, durante la settimanale telefonata con mia madre arriva la notizia: Amalia è morta. Coronavirus, penso io. E invece il Covid c’entra solo in modo tangente. Nulla per Amalia era come vedere il suo amato figlio Gino e nulla aveva più senso nel momento in cui Gino non ha più potuto andarla a trovare per preservare entrambi dal contagio. Si è lasciata morire, dimostrando come la volontà sia il più efficace dei salvavita. Si è lasciata morire senza ricevere un addio, pensando a chissà quale tipo di verità per la quale il suo Gino non è più venuto a farle compagnia.

Questa storia giustamente non rientra nei numeri della Protezione Civile, ma rappresenta una realtà sommersa interna all’ecatombe di nonni lombardi, tra persone tenute lontane dagli affetti o costrette ad affidarsi alla voce metallica di una videochat. In fondo, pur sempre compagnia è. Sono cronache di un mondo sommerso e sacrificato, perché in alcuni momenti non è possibile celebrare tutto come sarebbe giusto e tutti come meriterebbero.

Non ci resta che scrivere e registrare gli eventi, magari un giorno lontano leggeranno di noi e di tutti quelli oggi costretti a soffrire da soli.

E allora mentre in radio passano Gabbani io scrivo di Amalia, perché penso di farle del bene. E viceversa.

Michele Sabbadini