Riceviamo con piacere e pubblichiamo questo contributo che ci giunge dalla professoressa Silvia Carrozzino, docente di Storia della Musica presso il Conservatorio “Martini”.

“C’era un tempo in cui il paese, nella pace prosperava: la domenica la chiesa, di fedeli, si riempiva. voci allegre di bimbi risuonavano nelle scuole e nei campi sotto il sole balenavano le falci…”

Le letterature nei secoli hanno spesso attinto alla sciagurata cronaca delle epidemie traendo spunti per riflettere sulla condizione umana, in un sinistro monito che può essere anche testimonianza di sopravvivenza.
Boccaccio, Defoe, Manzoni, Mann, London, Camus, Amado, Márquez… per non parlare dei mondi distopici e apocalittici della narrativa fantascientifica. Nel repertorio operistico, in linea con questo filone, troviamo un’opera ambientata in questi scenari, indubbiamente poco nota, ma interessante alla luce delle riletture  che ci concediamo in queste settimane di isolamento.

Il banchetto durante la peste, Atto Unico del compositore russo Cesar Cui, va in scena per la prima volta l’11 novembre del 1901 al Novij Teatr di Mosca. Il libretto è tratto dall’omonimo racconto di Aleksandr Puskin, edito nella raccolta Piccole Tragedie (1830) e ispirato a The city of the plague, dello scrittore scozzese Christopher North, da cui Puskin riprende integralmente alcune belle pagine.

L’azione si svolge a Londra nel 1665, durante un attacco di peste. Cinque i pesonaggi: il Presidente Whalsingham (baritono), Mary (mezzosoprano), Louisa (soprano), un prete (basso), un giovane (tenore), “un nero” (personaggio muto) più un coro di uomini e donne festanti.

Scarna la trama: l’opera si apre su una terrazza dove uomini e donne fanno festa e banchettano mentre la terribile malattia stermina la città. Un giovane  propone di levare i calici in memoria di un amico vittima del contagio. Walsingham, il decano del gruppo, impone però un momento di silenzio; poi chiede a Mary di intonare un canto  prima che il divertimento ricominci. Il Presidente è scosso  dalla nostalgia della canzone, ma Louisa crede che la ragazza stia giocando cinicamente con le sue emozioni. L’improvviso rumore di un carro funebre che passa provoca il suo svenimento. Tornata in sé, Louisa  domanda ipocritamente se quello cui assiste è incubo o realtà. La situazione degenera al punto che il giovane chiede al Presidente di intonare – addirittura – un canto in onore della peste. Alla fine del terribile inno irrompe sulla scena un prete che rimprovera i convitati per la mancanza di rispetto verso i morti. Una sorta di Commendatore che ricorda a Walsingham, il suo Don Giovanni, la perdita della madre e della moglie vittime recenti dell’epidemia. Ma viene presto scacciato, i convitati tornano al banchetto e odono di lontano una processione funebre.
Il desiderio di nascondersi, di negare la realtà, di sottrarsi all’ineluttabilità del Fato li spinge a tornare alla frenesia sarcastica del banchetto, in un atto di codardia irrispettosa e irriverente  verso i morti.

L’ opera si inserisce nel filone delle antitesi storiche e ripropone l’eterno confronto tra l’uomo e la morte, tra la vita e il nulla, tra le certezze e le incertezze, in una sfida sfrenata al destino.
La peste infuria e i nostri personaggi, maschere ciniche, in preda a un impietoso rito continuano indifferenti il loro festino.  E levano i calici per esorcizzare il terrore, l’orrore, la paura, il disfacimento, sordi ai richiami, alla morale, al rumore dei carri e ai lamenti della  processione funebre.

Puskin offre nel racconto un esercizio di pietas che Cui, nel libretto e nella musica, vira allo spietato cinismo. Condannando e dannando i suoi protagonisti, ma preservando l’eco salvifico della memoria nel canto di Mary: bimbi che cantano e falci nel grano.

Silvia Carrozzino

Nell’immagine di copertina: Otto Dix, Großstadt (Metropoli), 1927/28, Kunstmuseum Stuttgart