Iniziamo a condividere i vostri contributi su questo insolito tempo nella nuova rubrica HAUSMUSIK. Ringraziamo l’autrice di questo primo articolo che abbraccia appieno lo spirito della nostra iniziativa. Continuate a inviarci lettere, immagini, suggestioni sonore (e non solo) all’indirizzo mail redazione@chorusmartini.it

Condividere, condividere, condividere! Per necessità, per presa di posizione, per altruismo, per noia, per presunzione, per compagnia…

In questi giorni strani, dove dentro e fuori sono implosi in un unico grande garbuglio, arriva dalla redazione di Chorus il piccolo invito tentatore a farsi per un attimo divulgatori del proprio pensiero e delle proprie emozioni, condividendo con loro, appunto, qualche brividino giornalistico… a loro rischio e pericolo! Ma poiché il mestiere dell’arte è quello di mettere in bella forma i sentimenti del mondo, ecco un po’ di pregiata farina d’altrui sacco, quattro strofe che un poeta dedica al suo primogenito, un lasciapassare per la vita che mi permetto, ancora una volta, di condividere.

Figlio di una delle innumerevoli coppie inglesi spedite in India via mare dalla regina Vittoria, Joseph Rudyard Kipling nacque a Bombay nel 1865, ivi trascorse gli anni della primissima infanzia prima del forzato rimpatrio in Inghilterra, dove non potette esimersi dalla tradizionale educazione che spettava ad ogni rispettabile bimbo inglese, ovunque fosse nato. Giudicato dai docenti non abbastanza brillante da meritare la borsa di studio che gli avrebbe garantito gli studi universitari a Oxford, Rudyard dovrà seguire il padre, professore di scultura, a Lahore, nell’attuale Pakistan, dove diviene caporedattore di un piccolo giornale locale. Tutta la vita di Kiping sarà segnata da numerosi viaggi e andirivieni, attraverso Birmania, Cina, Giappone e Stati Uniti, dove si fermerà per qualche tempo dopo esser convolato a nozze, per dirla alla Pinkerton, “con vera moglie americana”. Ed è proprio in questo periodo che Kipling iniziò a scrivere racconti per bambini e diede alle stampe If, comparsa ne 1895 nel capitolo “Brother Square Toes” del libro “Rewards and Fairies”.

Non se ne avrà a male il piccolo John, cui sono dedicati i versi, se in questa occasione ce ne appropriamo per farli nostri, poiché mai come oggi queste quattro strofe possono e devono prenderci per mano e guidarci verso la luce. Ma attenzione, non la luce dei neon di cui tutti cercano di tappezzare il retorico tunnel di cui non vediamo l’uscita, balbettando sciocchezze di vario tipo; bensì la luce morbida dell’intelligenza, che illumina e non abbaglia, ma come tutte le candele è tanto affascinante quanto fragile. In questi giorni in cui tutti siamo chiamati a esprimerci (eccola, la lama a doppio taglio della democrazia…), a palesare le nostre riflessioni, e poco importa se siamo o meno capaci di farlo, l’imperativo deve essere quello di lasciare la parola a chi è in grado di darle forma, profondità e significato; altrimenti, oltre al dolore, dovremo metabolizzare l’idiozia nostra e altrui, e non ne vale la pena.

Dunque la parola a Kipling, che per suo figlio stila una vera e propria lista di consigli, un vademecum di dirittura morale e spirituale di rara bellezza ed efficacia.

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet don’t look too good, nor talk too wise:
 
If you can dream – and not make dreams your master;
If you can think – and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two imposters just the same;
If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build ’em up with worn-out tools:
 
If you can make one heap of all your winnings
And risk it on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breathe a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: “Hold on!”
 
If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with Kings – nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you,
If all men count with you, but none too much;
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds’ worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that’s in it,
And – which is more – you’ll be a Man, my son!

Un piccolo inno alla vita, alla speranza e alla fiducia, in appena quattro strofe, una grande lezione di dignità che tutti abbiamo il dovere di ascoltare e apprendere e che ognuno di noi, ora che il tempo abbonda, può cercare di applicare. Ma non una volta alla settimana affacciati al balcone; sempre, ogni giorno, ogni ora, in silenzio. E “se” con ciò ci daremo anche la pena di verificare, prima di parlare, che ci siano almeno due persone realmente interessate a ciò che stiamo per dire e altre due disposte ad affermare che ci stiamo esprimendo in modo decoroso e intelligente, ecco che “il minuto inesorabile” non andrà sprecato e saremo padroni forse non della Terra, ma almeno del nostro tempo e della nostra intelligenza; senza dimenticare un po’ di sana, vitale autoironia.

Kipling morì al suo tavolo di lavoro nel 1936, poco dopo una falsa notizia della sua morte, riguardo alla quale aveva commentato: “Ho appena appreso di essere morto dal vostro giornale: non dimenticate di cancellarmi dalla vostra lista di abbonati.”

Benedetta Fanciulli