Avevamo cominciato con un velo di ironia, in bilico fra suono e silenzio. Ma oggi è meglio deporre tutto: troppi squallidi meme intasano i nostri cellulari, troppi canti dal balcone disegnano i contorni di un’inopportuna liturgia del grottesco. Scriviamo per questo una pulce silenziosa.

Streaming, digitalizzazione di archivi, letture di libri per radio… un virtuoso mondo della cultura sta lottando per continuare a offrire un po’ di quel conforto che viene da quanto vi è di bello. Ché di quel conforto che cerchiamo anche quando “tutto va bene”, oggi ce n’è ancor più bisogno. Perché esiste un potenziale di riscatto nell’arte e nell’attenzione, e proprio questo tempo lo ricorda – o forse lo insegna – a ciascuno di noi.

Se un’epoca più di altre ha fatto di questa convinzione una bandiera, essa è il nostro Rinascimento. L’Italia sconvolta da guerre pestilenze e rivolgimenti è al contempo laboratorio sempre in moto in cui si pensa scrive dipinge ed edifica. In cui naturalmente si forgia anche musica: inventando la musica moderna dal coagulo di stimoli che affluiscono da tutta Europa.

Vorrei dedicare questa pulce a questo incredibile tempo, a un uomo che ne incarna il tipo di umanista e di musicus; vorrei dedicare queste righe alla terra che oggi soffre di più, grato a lei di tutto quello che ha dato alla nostra cultura – e non solo.

Franchino Gaffurio nasce a Lodi nel 1451. Di lui si conserva all’Ambrosiana un celebre ritratto, di mano di Leonardo – già vengono i brividi. Una chioma di riccioli biondi incornicia un viso scrutatore ma provato, bello di quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La vita di Gaffurio è scandita dai viaggi, soprattutto nell’Italia settentrionale, ma anche a Napoli, dove il Nostro conobbe Johannes Tinctoris. Mantova, Verona, Bergamo – dove fu maestro a Santa Maria Maggiore – e poi finalmente Milano, al cui Duomo prestò servizio fino al 1522, anno della sua morte. Rapporti stretti coi geni del suo tempo, coi potenti uomini di stato, un interesse lungo una vita per il dibattito sulla musica teorica e pratica. Scrisse mottetti e trattati, parole e suoni. Ci lascia decine di opere teoriche illustri, anche se non sempre innovative: pensa in seno alla teoria guidoniana, prende caute posizioni sull’impiego di terze e seste. Più fantasiosa è invece la sua musica, che medita soprattutto la lezione dei fiamminghi. Nel suo catalogo, inspiegabilmente sconosciuto, fanno capolino 14 messe, 11 Magnificat, innumerevoli inni madrigali e mottetti, di cui solo pochi ci rimangono.

Fra le sue tante composizioni mi pare più degno di nota un insolito inno a quattro voci, il Beate Sebastiane. Una vera e propria teoria dei santi tradizionalmente protettori dai mali più diffusi nel suo tempo: la peste, la guerra, i pericoli del viaggiare. Un’occasione quasi unica, mi pare, in cui la polifonia sacra del Cinquecento rinuncia alla Bibbia in favore di un testo devozionale, ispirato non da Dio ma dalle istanze stringenti degli uomini di quel tempo (o forse di ogni tempo?).

Per primo è invocato – come da titolo – quel Sebastiano, santo efebo, cattolico Febo che come Apollo libera dalla peste. Immagine sagittaria trasversale nei tempi: chi porta frecce come attributo identificativo è anche chi risponde di fronte agli uomini degli strali della vita. E infatti, dopo un paio di episodi a due sole voci (tipico Gaffurio), l’intero coro scandisce omoritmico che è per mezzo suo che a peste liberata est tota Italia. Suggestivo. Poi san Martino, da sempre protettore di chi parte, con un fagotto sulle spalle, per andare a far la guerra. Suggestivo se pensiamo a quanto questa rappresentasse una realtà quotidiana di quel tempo bislacco. Poi è la volta di san Cristoforo, trasposizione cristiana dell’antico Caronte, archetipo di quel traghettatore cui si appellano i viaggiatori di ogni tempo. La comoda modernità della business class ha dimenticato cosa fossero gli spostamenti nel passato; ma non così Gaffurio, che aveva battuto più volte i sentieri dell’Italia, scampando forse sulla via – chissà – a pericoli micidiali. Eppure, suggestivo, per la brama di sapere si era sempre rimesso in cammino. In chiusura dell’inno, poi, i nomi di Ambrogio e Maria (chiaro, a Milano!) confermano l’ispirazione del tutto popolare del testo in musica.

Singolare senza dubbio il sincretismo apparentemente facile di questa pagina sconosciuta: da un lato un testo devozionale, figlio di eterne angosce che anche il Cinquecento riconobbe come sue; dall’altro una musica irreprensibile, dotta, eppure fantasiosa e “teatrale”. Una musica che gioca sugli impasti timbrici, su una girandola di ritmi mensurali degna di un saltimbanco di piazza. Quasi per superare con la luce colorata dei suoni gli spettri evocati dal testo; convinti che un’arte possa riscattare con i suoi mezzi propri (ecco di nuovo!) le nostre più umane paure.

Suggestivo, mi pare, in questo tempo. Ma più che altro solidale.

P.S.: Normalmente ogni pulce si conclude con una registrazione audio del brano. Questa volta non è stato possibile: pare, anche consultando autorevoli archivi, che quest’inno non sia mai stato inciso! In tempi diversi avrei cercato di organizzare con un qualche volenteroso amico una registrazione quanto meno conoscitiva. Oggi purtroppo non ci è possibile farlo. Prometto però di recupereremo la mancanza quando di nuovo si potrà, e di colmare con la voce questo inevitabile silenzio.

Giorgio Musolesi