Gianfranco Rimondi, drammaturgo, regista e critico teatrale, e l’attrice Marina Pitta, hanno una figlia, Francesca Rimondi, che nel 2018 ha pubblicato un libro, Non dire cazzo (Frassinelli, pp. 340, euro 17). Se lo leggeste, oltre a moltissimi aneddoti divertenti, ci trovereste anche qualche segreto di famiglia, come il fatto che per un ricovero in ospedale Gianfranco non ha potuto fare a meno, oltre alla vestaglia, di Repubblica, di due cd di Beethoven, e della macchina da scrivere. Nel nostro dialogo in ricordo del compositore nato 250 anni fa, Ludwig Van Beethoven, ne compare qualche altro, oltre a ricordi musicali bolognesi, qualche considerazione sulla musica del compositore, e un inaspettato racconto-omaggio della nostra scrittrice.

Cominciamo con una domanda per Francesca: in Non dire cazzo, è presente un episodio in cui discutete di quale sia la sinfonia di Mahler, “quella di Morte a Venezia”: Marina sostiene la 3, Gianfranco la 9. Si parla spesso di musica in casa Rimondi-Pitta?

Se vado indietro nella mia memoria, non c’è ricordo legato ai miei genitori che non sia intriso di musica. Vuoi come “colonna sonora” della nostra vita insieme, vuoi, come dici tu, sotto forma di discussioni a tavola, in macchina, in luoghi improbabili, e la cosa più importante è che oltre che parlarne, la ascoltavamo tantissimo. Mio padre aveva una collezione di 78 giri, ereditata del nonno, di tutte le opere liriche; mia madre era più per Frank Sinatra e i Beatles, senza contare le sue derivazioni folk nella musica popolare contadina. Devo a mio padre la passione per la musica classica (ma le opere liriche mi annoiavano tantissimo! Ero più, come dire, un tipo “sinfonico”) e a mia madre la scoperta dei cantautori italiani e francesi. Poi, crescendo, ho ritagliato spazi autonomi di ascolto, nell’adolescenza ho avuto il rifiuto totale, per un certo periodo, delle orchestre, ma per fortuna ho recuperato. Ora ascolto quasi esclusivamente musica classica o almeno cose che, come importanza e senso di infinitezza che mi trasmettono, le sono trasversalmente molto vicine.

Francesca Rimondi

Se aveste a disposizione solo due parole per descrivere Ludwig Van Beethoven, una a lui molto vicina e una diametralmente opposta, quali sarebbero?

Marina e Gianfranco: Epico – Romantico.

Francesca: Immenso – Esclusivo.

Vi ricordate qual è stato il vostro primo incontro con Beethoven?

Gianfranco: Io ho cominciato ad ascoltarlo a sei anni al Teatro Comunale di Bologna.

Marina: Io l’ho conosciuto nell’adolescenza tramite dischi e concerti.

Francesca: Io, da figlia un po’ ribelle, a dodici anni andai da sola in un videonoleggio (molto, ma mooolto prima di Netflix, esistevano dei posti – negozi, direi – dove potevi noleggiare delle videocassette con i film del momento o classici del cinema e guardarteli comodamente a casa) e presi la cassetta di Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Certo, frequentavo il Conservatorio e Beethoven lo conoscevo. Mi avevano pure fatto suonare qualcosina, con il violino o il piano, non ricordo bene, poca roba. Quando vidi il film di Kubrick, mi si aprì un mondo. Ora, non c’entrava nulla il fatto che Alex, il protagonista, usasse la musica di “Ludovico Van” per compiere atti spregevoli. Il film andava oltre, almeno invitava ad andare oltre. Beethoven era perfetto, era una specie di rock and roll per il giovane Alex, era una musica insuperabile e Kubrick, il regista, mi costrinse ad ascoltarlo con più attenzione anche dopo la visione del film. Ho scoperto cose, di Beethoven, che non avrei mai creduto.

E invece un ricordo che leghi Beethoven a Bologna?

Gianfranco: Io mi ricordo che quando avrò avuto circa quindici anni, mi è toccato di sentire un’esecuzione mal riuscita della sesta sinfonia, La Pastorale, al Teatro Duse, a causa di un’orchestra scadente e raccogliticcia.

Gianfranco Rimondi

C’è una sua composizione che preferite rispetto alle altre?

Gianfranco: Indubbiamente la terza sinfonia, L’Eroica.

Marina: Io preferisco la Nona.

Francesca: La Prima Sinfonia sicuramente. Per me assolutamente perfetta, anche se si sente che rincorre Mozart e Haydn. Ma lui, Ludovico, lo sapeva che doveva essere così. Perfetta.

Marina e Gianfranco, per noi che siamo troppo giovani per aver assistito ai vostri spettacoli, ce n’è stato qualcuno in cui la musica ha avuto un ruolo importante?

Marina: La musica era nelle nostre rappresentazioni importantissima, fino a divenire personaggio di scena. Gli spettacoli erano puntellati da canzoni, con lo scopo di commentare l’azione scenica.

Marina Pitta

Per voi il teatro ha sempre avuto anche una importante valenza politica, nell’accezione più ampia del termine, così come Beethoven ha affidato alla Nona sinfonia il suo messaggio di fratellanza e amore che dovrebbe legare tutti gli uomini. La musica, e il teatro o le arti in generale, oggi potrebbero avere ancora questo stesso ruolo politico-sociale?

Gianfranco: Più che teatro politico, in giro ci sono pochi esempi di teatro sociale. Comunque il risultato dell’arte non è mai determinante per la società, nel senso di produrre rivoluzioni, se non a livello formale. Resta importante la valenza di qualsiasi arte, per lo sviluppo della civiltà e dell’educazione.

Francesca, nel suo libro ci sono spesso conversazioni con musicisti o altre persone famose; a Bologna dove si potrebbe incontrare Beethoven oggi? E cosa potrebbe dirci?

Uh, ma non ve l’ho detto? Io l’ho già incontrato. Ci ho fatto una chiacchierata strampalata. Ora vi racconto. Ero andata al parco, per camminare un po’. Il parco era deserto. C’era solo questo signore, un po’ imbiancato nei capelli, seduto su una panchina al sole. L’ho riconosciuto subito.

“Signor Beethoven” ho detto.

“Ecco l’ennesimo scocciatore” ha detto lui. “Io vengo in questo parco, in questo periodo, proprio perché nessuno ci viene, non incontro mai nessuno” ha detto.

“E invece eccomi qua” ho detto io. “E comunque, per la precisione, non sono uno scocciatore, sono una scocciatrice” dico.

“Lei mi ha mai suonato?” mi ha chiesto.

“Come?”

“Ha mai suonato la mia musica?” ha detto, come se parlasse a un bambino di cinque anni.

“Ah, scusi. Sì. Qualche sua cosa l’ho suonata” ho detto.

“Pianoforte?”

“Violino, in effetti” ho detto.

“Violino. Stupendo strumento” ha detto.

“Già” ho detto io.

Siamo rimasti in silenzio per un po’.

“Sa che mio figlio canta l’Inno alla gioia?” ho detto io. “A due anni l’ha scoperto, non saprei dirle come, anche se sono la madre. L’ha scoperto da qualche parte e lo canta da allora” dico.

“Interessante” dice Beethoven guardando il filare di castagni che offre il parco.

“Ne le frega niente dell’Inno alla gioia, vero?” dico.

“Certo che mi interessa. Credo che un bambino possa farne buon uso. Credo che un bambino possa capire realmente la musica” dice lui.

“Noi adulti?”

“Siete bravi solo a farla diventare cori da stadio” dice lui.

“Perfetto” dico io.

“Anche se non c’è uno stadio” dice. “Metaforicamente, intendo” dice.

“Sì, sì, l’avevo capito” dico. “Ora la lascio alle sue riflessioni” dico.

“Grazie” dice Beethoven. “Ascolti” mi dice poi, mentre me ne sto andando. “Ascolti la musica per quello che la musica è capace di donare. Abbia fiducia nella musica. E sarà una persona migliore” dice.

“Grazie” dico.

Mi giro, e nascondo così un po’ di lacrime che cominciano a scendere.

Roberta Rimondi