La scrittrice bolognese Valentina Maini ha appena pubblicato il suo primo romanzo, La mischia (Bollati Boringhieri, pp. 512, euro 18,50), dove a mischiarsi sono tante cose, tra cui anche musica e letteratura: per questo non abbiamo potuto fare a meno di farle qualche domanda sul compositore più chiacchierato del 2020, duecentocinquantesimo anniversario della sua nascita, Ludwig Van Beethoven.

Cominciamo con una domanda che ci piace fare a tutti coloro che intervistiamo sul compositore: se avesse a disposizione solo due parole per descrivere Ludwig Van Beethoven, una a lui molto vicina e una diametralmente opposta, quali sarebbero?

La più vicina è “Dio”. Quella più lontana potrebbe essere “patinato” o “diplomazia”. In alternativa “color pastello”. Molto più facile per me dire quello che non è. Beethoven è di quelli che non somigliano a nessuno.

La mischia, il suo romanzo di esordio, è intriso di riferimenti musicali, sia nella struttura, dato che la seconda parte è divisa in primo e secondo movimento, sia nel contenuto, dove compare, ad esempio, come metafora del linguaggio (“come se non esistesse un pentagramma comune per il linguaggio, […] un do che era per tutti do, un allegretto che non diventava un adagio, un andantino”, La mischia, p. 104). Anche nella sua vita la musica ha una parte così importante come in questo romanzo?

Sì, ce l’ha sempre avuta. La casa in cui sono cresciuta era, ed è, letteralmente invasa di strumenti musicali, dalle maracas alla batteria, passando per la tastiera che uso ancora oggi e uno svariato numero di bonghi, fisarmoniche, chitarre che la gente lascia a casa nostra dopo le prove. Gli uomini della mia famiglia bene o male sono tutti musicisti, c’è sempre stata musica o qualcuno che cantava Mia mamma mi cullava con l’Habanera della Carmen, mi facevano ascoltare tanta musica, me l’hanno fatta studiare. È strano crescere con un batterista in casa, soprattutto quando lo ascolti provare, e quello che ti è accessibile, come uditore, è solo la partitura ritmica di una melodia che lui ha in testa, ma che tu non sentirai mai. Questo non faceva che inspessire l’alone di mistero che emanava mio padre. Quando ho finito di scrivere La mischia mi sono effettivamente resa conto che la sua struttura somigliava a quella di una sonata, o in ogni caso di un pezzo classico, estremamente modulato, con tante variazioni che la musica pop, indie o punk non conosce. Forse dipende da una sorta di invidia che covo per la musica. Anche crescendo ho avuto sempre musicisti vicino, e anche nel mio appartamento a Parigi, quello in cui ho vissuto più tempo, il proprietario è riuscito a infilare in 17 metri quadri un pianoforte color indaco. Quindi non la definirei passione, ma persecuzione.

Si ricorda qual è stato il suo primo incontro con Beethoven? Da ascoltatrice o ha anche avuto qualche esperienza come esecutrice?

Sono arrivata alla musica classica passando per la danza e per un capolavoro di film, Fantasia. La parte dei centauri e dei cavalli alati che ballano sulla Sinfonia n° 6 era la mia preferita, assieme alle fate libellule di Čajkovskij e al diavolo in forma di pipistrello che gettava la sua ombra sui vivi e sui morti accompagnato dalla musica di Musorgskij. Ho visto quel cartone una miriade di volte, e altrettante volte ho ascoltato Beethoven, ma non sapevo fosse lui. La prima volta che l’ho sentito suonare dal vivo ero a casa di un’amica più grande, eseguì Per Elisa di fronte a me. Mi catturò, tanto che mi feci insegnare subito le prime battute con la mano destra, anche io studiavo pianoforte, ma ero alle prime armi. Come esecutrice, ho ripreso a suonare da un annetto e sono felicissima di averlo fatto, a mano a mano i ricordi riaffiorano, anche se l’unica spettatrice che ho adesso è la mia gatta. Proprio in questi giorni sono alle prese con Al Chiaro di Luna e posso dire che la gatta, durante l’ascolto, si mette a pancia in su, chiaro segno di approvazione.

C’è una sua composizione che preferisce rispetto alle altre?

Dipende dai momenti. Mesi fa ero in fissa proprio con il terzo movimento, Presto Agitato, della sonata n. 14 – che ovviamente non so eseguire. Ma se proprio devo scegliere, dico la sonata per pianoforte n. 29 op. 106. Il massimo sarebbe sentirla dal vivo suonata da Cortot.

Se dovesse scegliere un personaggio letterario che assomiglia a Beethoven, chi sarebbe e perché?

D’istinto mi viene da rispondere il principe Myškin de L’idiota di Dostoevskij. Sembra un’associazione senza senso, almeno stando all’immagine che mi pare sia passata di Beethoven: quella di un uomo astioso, forse burbero, misantropo e collerico, il classico genio maledetto. Eppure non riesco a immaginare Beethoven se non come un uomo immensamente buono. Forse perché lo conosco per la sua musica, della biografia so poco e niente. Ascoltandolo, l’idea che mi faccio di lui è molto simile a quella che ho di Myškin: un’anima pura, sofferta, per certi versi fragile ma con una personalità potente, in grado di scatenare cambiamenti nelle persone a lui vicine. E poi c’è la malattia, per entrambi particolarmente insidiosa. Myškin è epilettico, e per una figura cristologica com’è lui, essere al contempo epilettico suona come la massima condanna, considerato che nell’antichità questa malattia era associata al demonio. Così come, per un musicista, diventare sordo è il supplizio più feroce. Eppure nessuno dei due si lascia corrompere dal male, abbattere dalla sordità, e la tensione verso il bene, verso la musica, è più forte di qualsiasi invasione maligna. Ecco, Beethoven ha, nel mio immaginario, la forza di questi personaggi assoluti, capaci di abbattere qualsiasi ostacolo con la forza della loro anima. Per questo il mio Beethoven somiglia anche all’Antigone di Sofocle, che contravviene alla legge per seppellire il corpo di suo fratello. A pensarci bene, sì, Beethoven potrebbe benissimo essere una donna.

Anche Jokin, protagonista del romanzo, e batterista, potrebbe assomigliare a un Beethoven contemporaneo, o almeno all’idea di Beethoven che abbiamo, per i suoi capelli lunghi, il suo carattere se non scontroso, quanto meno misterioso, con la musica paragonata a una donna “che elargisce e sottrae a casaccio, piegandoti a una vita di attese, spasmi e euforie” (La mischia, p.70). Si è ispirata a qualche compositore o musicista per questo personaggio?

Che bello, non ci avevo pensato. Non saprei. Jokin somiglia a mio padre, che è in un certo senso il musicista a cui mi sono ispirata, e a molti degli uomini a cui ho voluto bene che, fatalità, hanno sempre portato i capelli lunghi, come lui da giovane. Jokin si ispira anche alla figura di Sansone, il che fa capire quanto i capelli – lunghi, tagliati, rasati, bruciati – abbiano una forte valenza simbolica nel romanzo. In realtà è più complicata di così, perché Sansone è in parte Jokin, in parte Gorane, come se i due gemelli ne assumessero l’uno i tratti che l’altra respinge; “Sansone era un uomo che nel corso della sua vita ha lottato per accettare l’immane destino che gli era stato imposto, un destino che non è riuscito a realizzare appieno e forse nemmeno a comprendere”, scrive David Grossmann ne Il miele del leone: nel caso di Jokin questo destino è il suo talento per la musica che non lo salverà, al contrario di quanto accade per Beethoven che ci si aggrappa a forza. Quindi forse si può dire che Jokin è un Beethoven mancato, per colpa dell’altra ossessione della sua vita, l’eroina, ma anche, e soprattutto, perché Jokin non accetta la sua diversità, non accetta di essere più grande degli altri. Lui vuole vivere in mezzo alla gente, perché è la gente a definirlo, non si assume il peso della propria solitudine sostanziale, quella solitudine che fa di lui un artista. Però c’è un musicista a cui Jokin somiglia moltissimo, ed è Luca Ferrari, batterista dei Verdena, un gruppo che ho visto molto spesso dal vivo e che ascolto da quando sono adolescente.

Riguardo al suo processo creativo, Beethoven, in una testimonianza fatta a un giovane compositore, Louis Schlösser, rivela che le idee gli vengono “non so da dove, non chiamate, direttamente o indirettamente. Sono stimolate da stati d’animo che nel caso del poeta vengono tramutati in parole, e nel mio in suoni” (in G. Bietti, Ascoltare Beethoven, Bari, Laterza, 2013, p. 6). Si ritrova in queste parole romantiche ante litteram di Beethoven, oppure nel suo caso la creazione avviene in modo diverso?

Sicuramente il mio processo creativo è più vicino a questa idea di ispirazione proveniente “non so da dove” che a una costruzione a tavolino. Non so se dipenda dal fatto che sono una dilettante, nonché una disordinata cronica, ma non credo. È importante mantenere una distinzione forte tra l’artista e l’artigiano, secondo me, e l’artista deve accettare quella grossa fetta di passività che la sua arte prevede. Non puoi decidere come sarà il tuo libro, non del tutto almeno, non puoi pretendere che l’esercizio ti garantisca una scrittura significativa, che tutto lo sforzo che fai verrà ripagato in termini di qualità e bellezza; in un certo senso, devi aspettare che l’opera ti chiami a sé, sbraitare per chiamarla è inutile, proprio come dice Beethoven. Anzi forse la si può chiamare, ma non è detto che arrivi subito, quando vogliamo noi, può arrivare dopo anni o mai. L’unica cosa che faccio io, per creare un terreno fertile affinché si manifesti, è leggere il più possibile e vivere più intensamente che posso, il che non equivale a fare chissà quale esperienza, ma a lavorare su di me, conoscermi nella maniera più lucida e implacabile. Secondo me il lavoro più grande dello scrittore è quello che precede l’opera, e non sta tanto nella bellezza della sua scrittura – in tanti scrivono bene – ma nell’ardore e nell’originalità con cui è capace di guardare il mondo, gli altri, sé stesso. Una volta che si è esercitato il proprio sguardo, la propria empatia, il lavoro sullo stile è davvero una sciocchezza, la forma una conseguenza.

Roberta Rimondi