“Di Principi ce ne sono e ce ne saranno delle migliaia – di Beethoven non ce n’è che uno”, aveva gridato una volta al Principe Lichnowsky, suo protettore ed amico. Egli si rifiutava di riconoscere ciò che un uomo è per casualità di nascita e per l’importanza della condizione sociale cui appartiene.
L. Magnani

Il celebre aneddoto non è così estraneo ai due argomenti principali trattati in conferenza stampa presso il Conservatorio Martini di Bologna, venerdì 28 febbraio.

Innanzitutto perché il direttore, maestro Vincenzo De Felice, ha illustrato la rassegna per i 250 anni dalla nascita del genio di Bonn, purtroppo ritardata dall’ordinanza emanata a seguito dell’emergenza Covid-19. I concerti infatti verranno recuperati a partire dal 12 di questo mese. Sottesa alla rassegna è la consapevolezza che Beethoven non necessiti di una reale riscoperta, essendo cardine della pratica esecutiva quotidiana, didattica e concertistica; da parte dell’istituzione ne è derivato il desiderio di esplorare alcuni numeri d’opera meno battuti del catalogo beethoveniano, quali il balletto Le creature di Prometeo op.43, il ciclo di Lieder An die ferne Geliebte op. 98, il Settimino op.20 e la Fantasia Corale op.80. Altra attenzione si è voluta dare alla diversità che intercorre fra i due approcci esecutivi, tradizionale e su strumenti d’epoca, ai quali sono stati dedicati rispettivamente un concerto con due delle sonate per violoncello e il Trio degli Spettri op 70 n.1 e un concerto con fortepiano, clarinetto e violoncello storici.

Essendo poi Beethoven il primo artefice della emancipazione e della difesa sociale dei musicisti, è ben presto trovato il secondo aggancio al nostro inizio. Il direttore ha da ciò preso il la per riflettere con parole severe e preoccupate sullo stato e sulla considerazione dell’arte nel nostro Paese. Un discorso che è in continuità diretta con quello pronunciato dal palco del Comunale durante il concerto di inaugurazione dell’anno accademico lo scorso dicembre.

Il dito è puntato contro il business della formazione che in Italia assume forme prevaricanti e totalmente deregolamentate, con una affermazione che è a tutto discapito dei canali statali e ufficiali. Un eccesso di offerta formativa privata che va a ingolfare il sistema dei finanziamenti a fronte di servizi totalmente privi di garanzie qualitative. Alcune volte, sottolinea De Felice, l’operazione di certi istituti è talmente scorretta da millantare, come specchietto per le allodole, una sicurezza lavorativa che in realtà non esiste. E questo spalanca l’altro e consequenziale scenario apocalittico, quello di un mondo lavorativo nel settore dello spettacolo assolutamente inesistente a fronte di un sistema formativo ipertrofico. La formazione è importantissima, riflette, ma non bisogna confonderla con la crescita personale che è potenzialmente infinita. La responsabilità della politica è immensa perché legittima, difende e foraggia la sleale concorrenza dei privati. Così si assiste allo scenario bipolare con, a destra, teatri e orchestre che languono e, a manca, corsi di formazione (spesso per professionisti la cui preparazione sarebbe obiettivamente già sufficiente all’impiego), il cui unico fine diviene spessissimo quello di fare produzioni a bassissimo costo. Si assiste al paradosso per cui gli studenti stranieri dei nostri conservatori, rientrati nei loro Paesi si inseriscono da privilegiati nel mondo del lavoro, mentre da noi si è costretti a guerre spietate per pochissimi posti, barricati dietro selezioni appositamente sempre più complicate per estremizzare al massimo la selezione.

L’inserimento nel mondo lavorativo, sottolinea De Felice, nonostante tutta la fallacia del sistema, è comunque regolato dai parametri ben precisi della L.107. Ogni deroga e scorciatoia che viene spacciata in canali non ufficiali è un cattivo servizio e un falso di grave entità che, quindi, bisogna denunciare a viva voce.

L’ingresso del Conservatorio “G.B. Martini” di Bologna

Questo si innesta poi su un altro e contiguo disagio che vede le istituzioni AFAM ancora vessate da imbarazzanti carenze e lacune legislative, tanto più gravose per gli obblighi onerosi cui comunque la legge le sottopone e che bisogna ottemperare col singolo eroismo dei diretti interessati, in particolare tramite le tasse degli iscritti. Lo Stato garantisce a malapena lo stipendio dei docenti in organico: il 50% dei contrattisti è coperto da fondi propri del conservatorio. Così come le spese delle utenze, 140/150 mila euro di manutenzione più che ordinaria agli strumenti e ai locali. La produzione riesce invece a reggersi grazie al sostegno di pochi e affezionati sponsor privati. Vedere quindi i conservatori alla canna del gas e gli enti privati incoraggiati e finanziati dal pubblico suscita la rabbia del direttore, il quale tiene a sottolineare anche la distinzione tra i ritardi endemici legati alla sfera didattica, di responsabilità del Ministero dell’Istruzione e la meschinità lavorativa del mondo dello spettacolo di competenza dei Beni Culturali.

Da parte sua, la presidente, professoressa Jadranka Bentini, ricorda anche come molte delle difficoltà dell’ AFAM derivino da una costituzione ancora ibrida che fa capo a due vertici, il Ministero dell’Università e il Ministero dell’Istruzione. Ricorda anche come ci sia stato un ministro dimissionario proprio su queste stesse rivendicazioni di maggiore interesse politico e finanziario per la cultura. Purtroppo, rincara, si assiste alla mancanza totale di idee chiare sulla progettualità futura di come si voglia fare cultura nel paese. A fronte di una scuola più seria si vorrebbe uno sviluppo lavorativo più oculato.

Jadranka Bentini

Ai cronisti accolti in un Martini “cantierizzato” e che sfrutta questa ordinanza per una manutenzione ordinaria, la presidente ha ricordato le nuove aule conquistate al Dipartimento di Musica Antica e rassicura che in pochi mesi si procederà all’appalto per i grandi lavori di riqualificazione e restauro a tutto tondo dell’ex convento degli agostiniani; lavori che vedranno l’installazione del tanto agognato ascensore, l’abbattimento di tutte le barriere architettoniche, l’ottimizzazione dei servizi e degli accessi, la revisione dell’impiantistica. I lavori sono stati organizzati a stretto contatto con Comune e Sovrintendenza, dati anche gli interventi che riguarderanno il patrimonio decorativo e monumentale dell’istituto.

De Felice ha infine salutato esprimendo tutta la sua disponibilità a qualsiasi tavolo tecnico, confronto o discussione sulle denunce da lui stesso sollevate, augurandosi che vengano ascoltate e che, una buona volta, ci si ricordi anche dell’alta formazione, troppo spesso designata, anche dalla stessa informazione, a fanalino di coda dell’università.

Diego Tripodi