È venerdì sera e stiamo passeggiando nel centro di una Bologna ormai primaverile: camminiamo con la giacca aperta, godendoci il tramonto e vagheggiando nel tepore che ci circonda. Con questo spirito indolente ci avviciniamo, pacati, al Teatro Comunale, per l’attesissima recita della Madama Butterfly, capolavoro pucciniano. Ci sediamo, spalmando la nostra flemma sui seggiolini della platea, e, ricolmi della primavera che ci ha investito all’esterno, ci apprestiamo a immergerci tra i colori sgargianti dei ciliegi in fiore e dei kimoni. Il sipario si apre e, contemporaneamente, riceviamo due pugni: agli occhi e allo stomaco. La delicatezza esotica, a cui la tradizione ci ha abituato, è sostituita da uno scenario straniante: ci troviamo in una metropoli giapponese, le cui origini orientali sono state completamente cancellate dalla globalizzazione; svettano davanti ai nostri occhi giganteschi cartelloni pubblicitari luminosi, tra cui un enorme hamburger, emblema dell’America. D’altra parte, secondo l’interpretazione attualizzata del regista Michieletto, “la storia di Madama Butterfly è […] basata su una vicenda di quello che oggi si chiama turismo sessuale”. E così tutta la regia e la scenografia creano come un gioco perverso attorno all’ingenuità di Cio-cio-San, geisha quindicenne letteralmente comprata dall’americano Pinkerton, che la sposa per poi abbandonarla dopo qualche mese, povera e sola, ormai rinnegata da tutta la sua famiglia. La nostra Butterfly è come completamente isolata da tutto ciò che la circonda, vive in un mondo di illusioni tutto suo, come se non riuscisse a vedere la realtà cruda che le sta attorno e che a tutti gli altri personaggi e gli spettatori è così evidente. L’idea di Michieletto sicuramente riesce ad attualizzare l’opera, a renderla più vicina al sentire del XXI secolo, e viene portata avanti con coerenza nello svolgersi di tutti e tre gli atti; lo straniamento che mette in scena, però, a tratti risulta molto duro e quasi “pacchiano”, rischiando di offuscare la densità del dramma psicologico interiore vissuto dalla protagonista, dramma su cui poi si incentra l’opera intera.

Il comparto vocale del secondo cast si dimostra sicuramente molto variegato: il ruolo eponimo, condotto da Svetlana Kasyan (Cio-Cio-San), si annuncia sin dai primi interventi con delle ottime speranze che, tuttavia, vengono disilluse già dalla metà del primo atto; una scarsa economia vocale che non permette una gestione sicura del fiato e notevoli problemi di pronuncia che influiscono sulla posizione del suono vanno ad inficiare una prestazione che si presentava promettente dalle prime battute. La grande insicurezza vocale si unisce alla parca conoscenza della partitura, dimostrata da un costante sguardo sulla bacchetta del direttore che sottrae alla recita spontaneità e fluidità. Da sottolineare sicuramente la presenza di una eccellente e prestante Cristina Melis (Suzuki), che fa uso delle proprie esperienze sul palco per destreggiarsi con sicurezza durante l’azione scenica che la vede impegnata costantemente durante il secondo e il terzo atto, con una nota sul duetto con Butterfly.

Ph. Rocco Casalucci

I protagonisti maschili soddisfano a pieno la vocalità richiesta dalla partitura, con un Raffaele Abate (Pinkerton) dall’ottima presenza attoriale e dalla morbidezza della voce che ben si adatta alla scrittura pucciniana; nonostante la zona grave della prima ottava soffra di un’eccessiva copertura dai volumi dell’orchestra, il tenore napoletano si difende ottimamente, imprimendo al personaggio delle sfumature interpretative che rafforzano maggiormente la resa musicale. La prestazione di Gustavo Castillo (Sharpless) guadagna l’ovazione dalla platea grazie ad una rotondità della pasta vocale e alla grazia con cui il baritono porge ogni frase, coadiuvato da un’ottima pronuncia a dispetto delle origini straniere.

Nonostante i comprimari soffrano del fisiologico adombramento da parte dei protagonisti, spicca il breve intervento di Nicolò Ceriani (Zio Bonzo) e la sua ottima presenza scenica, mentre Cristiano Olivieri (Goro) riesce a convincere per la caratterizzazione del personaggio più che per proprietà vocali.

Ph. Rocco Casalucci

La direzione di Pinchas Steinberg si dimostra fedele al disegno dell’autore, viene mantenuta integra ed è capace di portare i cantanti fino al termine della recita senza sforzo – tranne per qualche esagerazione dinamica in pochi punti durante il primo atto. L’unico intervento del Coro all’inizio della recita suona claudicante, forse a causa della confusione logistica sulla scena.

Dopo svariati minuti di applausi, recuperiamo i nostri corpi spalmati e ci rialziamo: non ci accompagna più la flemma primaverile, quanto un senso di vuoto all’altezza dello stomaco. Per alcuni sarà stata sicuramente la fame, ma per noi è la durezza del dramma che abbiamo appena vissuto assieme ai suoi protagonisti.

Angelo Zarbo & Elena Cazzato