La tragedia dell’isolamento

A voler essere pignoli, Madama Butterfly, “tragedia giapponese” di Giacomo Puccini, Giuseppe Giacosa e Luigi Illica del 1904, non può dirsi tragedia nel senso stretto del termine. Presso i greci la tragedia metteva in scena, per mezzo dei personaggi del mito, un conflitto di principi ancestrali in un dissidio insolubile dalle facoltà umane: ciò si cercherebbe invano nella sfortunata vicenda di Butterfly, giovane e ingenua geisha letteralmente comperata dall’ufficiale di marina B.J. Pinkerton per il proprio sollazzo e destinata a essere vilmente abbandonata e calpestata fino al suicidio. Di dramma certo si tratta, ma apparentemente nulla di più di una triste e luttuosa questione privata. Vista esteriormente, inoltre, se non fosse per il finale tragico, Madama Butterfly sembrerebbe essere solo una delle testimonianze, e sia pure tra le più illustri, del giapponismo di maniera che furoreggiò nella Francia fin de siècle e che non tardo a diffondersi in Italia influenzando arte, moda e gusto decorativo fin nella confezione dei libri: ci piace ricordare, oltre alle raffinate illustrazioni del libretto dell’ Iris di Mascagni, il giapponismo ostinatamente imposto da Carlo Dossi alla veste editoriale di Amori.

Giacomo Puccini

La questione è tuttavia più complessa, fin dal colore orientale. Se anche nell’oriente musicale di Puccini c’è qualcosa di innegabilmente decorativo, è innegabile che assuma una funzione ben altrimenti importante. Innanzitutto, dal punto vista tecnico, il largo impiego di scale pentatoniche ed esatonali stuzzica la vena sperimentale di Puccini, che raggiunse acquisizioni irrinunciabili allo stile della maturità, così che, se da un lato il festeggiamento nuziale ha già il tono che sarà prevalente nella Rondine, il finale luttuoso e i momenti di maggiore cupezza gettano un ponte per la successiva Fanciulla del West. In seconda istanza, è un mezzo per condurre lo spettatore in un mondo orientale sì, ma che nella sua delicatezza, paragonabile a un velo musicale di seta, non è che il correlativo oggettivo, per così dire, del modo interiore di Butterfly. L’allestimento del Teatro Comunale di Bologna ha dato testimonianza di tale aspetto, forse involontariamente, grazie alla regia di Damiano Michieletto, che ha rinunciato, com’è suo costume, alla consueta iconografia dell’opera, traslando l’ambientazione in uno squallido quartiere di metropoli orientale: ciò nonostante, nulla si è perduto dello svolgimento psicologico insito nella musica, a riprova che la veste sonora non possa essere ridotta al rango di mera esteriorità. Non è quindi da considerarsi un caso che l’ingresso della tinta sonora così caratteristica dell’opera avvenga soprattutto a partire dalla sortita di Butterfly fino a divenire predominante negli ultimi due atti, in contrasto con la goffa frenesia prevalente nel primo, mirata a mostrare la vacuità del mondo a lei esterno in un’impietosa sfilata di personaggi meschini su cui si staglia indubbiamente Pinkerton.

Locandina della prima esecuzione

Questi, quintessenza dello statunitense – in servizio sulla nave “Lincoln”, il suo nome è significativamente Benjamin Franklin – ed emblema del colonialismo occidentale, sottolineato da Michieletto con la proiezione videografica di filmati di guerra durante il primo arioso, è più fatuo che crudele, vero esempio di banalità del male. L’ingenuità di Madama Butterfly, il cui mondo interiore è popolato da piccoli affetti amplificati esponenzialmente dalla sua individualità – ne sono testimonianza gli oggetti minuziosamente elencati dalla protagonista all’arrivo nella nuova dimora – la spinge ad affidarsi ciecamente a Pinkerton e a deformare la realtà dei fatti, fin quando l’evidenza non la condurrà a un’improvvisa presa di coscienza degli eventi e di sé stessa. Non si può asserire tuttavia che chi è causa del suo mal debba piangere sé stessa, poiché Butterfly è innanzitutto vittima di una solitudine causata dell’incomprensione degli altri; e se è vero che ella stessa non riesce a decodificare la realtà, lo è altrettanto che nessuno, neppure Sharpless, riesca a intuire fino in fondo il significato della sua illusione matrimoniale. A tale scopo drammaturgico va ricondotta la presenza del bambino, presenza ben diversa dall’essere «primo di una serie di infanti destinato a strappare la lagrima e l’applauso», come scrisse duramente Rubens Tedeschi. Bisogna infatti notare come non vi sia alcuna focalizzazione né musicale né testuale sul bambino: nessuno spettatore è infatti colpito, alla fine dell’opera, dalla sorte dell’orfano, ma dalla sola sorte di Butterfly che, privata della propria famiglia, della propria religione, del proprio amore, subisce il sopruso più grande, l’usurpazione del figlio. La situazione è senza via d’uscita: il suicidio è la sola azione attiva che il personaggio possa compiere per affermare sé stessa nell’unico riscatto possibile, in un gesto che Pinkerton, così vile da volere evitare di affrontare di persona Butterfly, non saprebbe nemmeno immaginare. Con questo gesto Butterfly, nella sua volontà estrema di non piegarsi al sopruso altrui, assurge a una statura tragica, mi si conceda il confronto, di stampo quasi alfieriano.

Karah Son e Angelo Villari (ph. Rocco Casalucci)

L’allestimento del Teatro Comunale di Bologna ha saputo rendere giustizia a questo mondo apparentemente esteriore e invece assai profondo e complesso: svetta sul cast Karah Son, Madama Butterfly ora bamboleggiante ora impetuosa, in un ruolo in cui ha dato prova di ottime qualità canore ed espressive, che sono a mio avviso mancate, invece, ad Angelo Villari nel ruolo di Pinkerton, nonostante la performance vocale tutt’altro che spregevole. Tra i comprimari, degno di menzione è Dario Solari, convincente Sharpless sia per il bel timbro vocale, sia per l’ottima lettura del personaggio. Buona anche la prova interpretativa di Pinchas Steinberg e la sua direzione.

Alessio Romeo

No fiori. Ma almeno opere da bene! La regia di Madama Butterfly al Comunale

Forse un giorno ci verrà detto perché i soggetti ambientati in Oriente istighino i registi d’opera a rivisitazioni puntualmente indugianti nel trash. Ok, è vero, la globalizzazione non ha fatto bene all’Estremo Oriente, che da terra di preziosa eleganza è divenuta fabbrica del dubbio gusto più ricercato e fornisce tanta ispirazione a proposito. Però il dubbio gusto “al quadrato” di ricordarlo costantemente, anche no, grazie. Ancora negli occhi portiamo le immagini dolenti di quella porcheria della Turandot della scorsa stagione. Difficile obiettivamente fare tanto e, a onor del vero, Michieletto non ci riesce nella sua Madama Butterfly, al Teatro Comunale di Bologna dal 20 al 27 febbraio. Ma anch’egli persegue quel cliché registico, contemporaneizzando l’opera in un torbido ambiente metropolitano, ricettacolo di prostitute, schiacciato da enormi cartelloni pubblicitari con equivoci annunci e ragazze da libido manga. I dettagli indugiano fra paillettes e magliettine di Hello Kitty. Si badi, non è certo la ricontestualizzazione il grave peccato, che qualora funzioni è sostanzialmente di un’inoffensiva inutilità e, considerata quale inflazionata soluzione registica sia, tradisce al massimo una fantasia non brillante. La gravità sta altrove: come! – verrebbe da dire – questi registi si affannano tanto a riprodurre ambientazioni così oggettive, così pragmatiche e coloristiche, tanto da sembrare degli arredatori… e poi, lì dove l’opera e il libretto si spendono in dettagli descrittivi espliciti, precisi, caratterizzati, se ne fregano appellandosi all’immaginazione. Altra goffaggine divenuta cliché inverecondo. Mi ci ha fatto riflettere un’amica osservando come, per esempio, l’ambiente creato in Madama Butterfly sopprima tutto quello splendido mondo fiorito che nell’opera è continuamente omaggiato. Per recuperarlo, la regia si deve inventare l’artifizio di Cio Cio San e Suzuki che a gran manate di vernice dipingono fiori sui vetri del cubo-casa in cui è concentrata l’azione; scelta affascinante, ma assolutamente superflua e, fra l’altro, poeticamente molto diversa dallo stile registico finora usato.

Damiano Michieletto

Eppure quelli non sono capricci di librettisti che si perdono in melense immagini floreali, soprattutto per compositori (loro sì) registici e con un senso tanto vivace del sensazionale (da intendersi letteralmente) come Puccini, che certamente doveva orientare le scelte compositive molto anche a seconda di quanto avvenisse contestualmente nella recitazione e nelle allusioni testuali. Il Giappone evocato nella Madama Butterfly rispecchia un Oriente immaginifico e fiabesco, eternamente ukiyo-e e, va bene, siamo d’accordo, certamente irreale. Ma allora, quanto può esserci di sbagliato nell’approcciarsi a tutto ciò con una lettura materica, inquinata, verista? Come diavolo giustificare quel olezzo di verbena che, da nomignolo della protagonista, intride tutta l’opera della sua essenza, mentre guardiamo le ferraglie luride di un sovrappasso?

Karah Son

Quel mondo di tenere foglie primaverili, giardini fioriti su dolci colline reclinanti verso un mare immenso e aperto è molto di più di una scenografia, è il cuore di Butterfly, è veramente il mondo così per come lei lo vede, esserino di pura bellezza e lanciato in un amore cieco, indiscusso e ingenuo, ma anche appunto così linfatico e vitale. Come un fiore reciso, la sua vitalità cambia quando lei desiste ad accogliere la verità. Butterfly è evidentemente una farfalla che si nutre di quei fiori che sono deliziose illusioni d’amore. E la natura tutt’attorno la accontenta donandole le immagini di un incanto. Ma tutto ciò è assolutamente banale sottolinearlo. Si dirà che è assolutamente irrazionale. Diamine se lo è! Dove sarebbe il dramma altrimenti? Se Puccini avesse voluto fare un’opera sul degrado sociale del turismo sessuale (tema che Michieletto a quanto pare dichiara di voler emancipare) – fermo restando i diversi termini storici – pensate davvero che non avrebbe saputo farla? E invece, guarda un po’, ha costruito una drammaturgia introspettiva. L’aspetto moraleggiante, per carità, non è omesso e d’altronde la storia è quella. Ma l’individualità di Cio Cio San, anima vilipesa, spinge sullo sfondo persino il background della donna maltrattata.

L’atmosfera di una storia è molto più dei suoi contorni e questo la regia d’opera contemporanea pare ignorarlo con un’inquietante fierezza.

Forse un bel dì vedrem un fil di poesia risorgere negli allestimenti dei nostri teatri. Fino ad allora, concentrazione sulle ugole, prego. Che poi è la cosa fondamentale. Speriamo ci vada meglio.

Diego Tripodi