Fresco dell’esecuzione a Mosca del Quinto concerto per pianoforte e orchestra di Beethoven, Alexander Romanovsky atterra in Italia e ci concede una piacevolissima conversazione intorno al grande compositore, di cui proprio quest’anno ricorre il duecentocinquantenario dalla nascita. Il pianista, attualmente tra i più brillanti interpreti sulla scena internazionale, è da sempre legato alla città di Bologna: divenne infatti Accademico della nostra Accademia Filarmonica nel 1999, a soli 15 anni, esattamente alla stessa età di Mozart e Rossini. In questo dialogo ripercorre con noi il suo rapporto con Beethoven, che conobbe fin da bambino, e ci spiega nel dettaglio la sua visione delle composizioni per pianoforte e non.

Cominciamo con una domanda molto semplice: se avesse a disposizione solo due parole per descrivere Ludwig Van Beethoven, una a lui molto vicina e una diametralmente opposta, quali sarebbero?

Non è per niente facile in due parole! Mi vengono in mente tantissime espressioni diverse per descriverlo. È un uomo sicuramente molto appassionato, di conseguenza come parola assolutamente lontana da lui penso d’impulso all’indifferenza. Beethoven, inoltre, coniuga in sé un lato più materialistico, che deriva dai motivi popolari, con i picchi più alti dello spiritualismo, e riesce, in un certo senso, a conciliare l’inconciliabile. Direi quindi che il termine che lo definisce meglio può essere “universale”.

Quando è avvenuto il suo primo incontro con il nostro compositore? A che età o a che livello ritiene sia meglio affrontarlo e come?

Ho incontrato Beethoven quando ero ancora un ragazzino: il primo brano che ho suonato è stata la Sonata in fa maggiore, op. 10 n. 2, ricordo che avevo 7-8 anni. Il primo impatto è stato sicuramente diverso da quello che ho capito molto più tardi, ma forse, proprio per questo, ci si dovrebbe approcciare a Beethoven molto presto. È un compositore talmente grande che, per capirlo, è necessario conoscerlo nel corso di tutta la vita. All’inizio secondo me è importante ascoltare le sue grandi composizioni dal vivo: l’impatto dell’orchestra sinfonica può sicuramente ispirare il musicista che comincia ad approcciarsi. A quel punto, lo si può scoprire affrontando un percorso personale: si può partire dalle Bagatelle, per poi arrivare alle Sonate più difficili e alle Variazioni. Non è detto che il suo genio ci colpisca subito: alcuni sono colpiti da un artista, alcuni da un altro. Io ho scoperto Beethoven davvero quando avevo già 22 anni, mentre quando ero più piccolo apprezzavo tantissimo Shakespeare, ad esempio. Ognuno fa il suo percorso accanto a un grande genio.

Beethoven produce grandiose composizioni sia per pianoforte, sia per pianoforte e orchestra. Che analogie e differenze ci sono tra questi due generi?

Beethoven, come tanti altri compositori a lui precedenti, era un grande pianista, ma si trovava a suo agio anche con altri strumenti, per esempio era un ottimo violinista. Questa capacità gli ha permesso di scrivere con grande maestria per qualsiasi strumento, senza l’ausilio di colleghi strumentisti. In ogni caso, quando scrive per pianoforte solo, non lo utilizza come fosse un’orchestra, diciamo piuttosto che sfrutta lo strumento al massimo delle sue possibilità musicali. La sua fortissima capacità di immaginazione lo portò anche a sentire la necessità di confrontarsi con organici più grandi, da cui le sue nove sinfonie, ognuna un capolavoro, e i suoi concerti per pianoforte e orchestra. Non c’è, tuttavia, un contrasto tra i generi: possiamo dire infatti che tutta la sua opera sia piuttosto continuativa, soprattutto nella qualità sempre eccezionale, poiché è un compositore che non ha limiti nell’utilizzo degli strumenti musicali. Unico appunto che possiamo fare, il concerto, avendo in sé un’indole di competizione tra strumento solista e orchestra, permette maggiormente a Beethoven di affrontare questo spirito di conflitto e di contrasto, che è più sopito nei brani per pianoforte solo.

Quando si pensa a Beethoven, la prima cosa che salta alla mente è il suo incredibile genio creativo che si riesce a sviluppare nonostante la sordità. In quali opere, secondo lei, si avverte maggiormente la presenza latente della sua malattia?

Essendosi trattato di una malattia progressiva, è logico pensare che verso la fine della sua opera fosse ormai completamente sordo e, infatti, nelle sue ultime composizioni si avvertono momenti di assoluta disperazione. Non è detto, tuttavia, che tutta la vita reale di un compositore trovi corrispondenza nella sua opera, ognuno interpreta la propria arte a suo modo. È possibile che l’artista, pur essendo sommerso dai guai, trovi la sua isola felice nell’arte e non riversi lì il suo stato interiore. Noi abbiamo la fortuna di potere leggere le lettere di Beethoven, sincere e appassionate, che descrivono effettivamente tutti i suoi tormenti, ma che contengono anche momenti di maggiore equilibrio. È difficile secondo me individuare corrispondenze esatte tra gli eventi della sua vita e i movimenti di una sonata, tutto ciò che un musicista compone viene trasformato, l’arte non è un’autobiografia. L’artista esprime concetti fondamentali attraverso la lente della sua anima, ma li rende universali per farli percepire a tutti e, a quel punto, ognuno vede qualcosa di proprio. Sicuramente Beethoven sublima la sua sordità in alcuni momenti di ombra delle sue opere, ma spesso decide di terminare le sue composizioni in maggiore, con una riconciliazione, e affronta più volte il genere della Fuga, come se volesse ricondurre tutto a un ordine superiore.

Quando lei sale sul palco per eseguire una composizione di Beethoven, che sia una sonata come un concerto, qual è l’aspetto che tiene di più a trasmettere al pubblico?

Penso che la parte più importante sia comunicare al pubblico un coinvolgimento, far capire alle persone quanto la sua musica non sia indifferente e quanto lui si batta per le sue ragioni, possiamo dire. È un compositore dall’animo romantico, che combatte in prima linea senza nessuna difesa. È necessario quindi trasmettere la sua forza, la sua potenza, ma allo stesso tempo la sua fragilità; si mette in gioco a cuore aperto, svelando completamente i suoi ideali. Il genio di Beethoven sta nel conciliare questo movimento dell’animo così forte con una costruzione architettonica incredibile, nel ricondurre le emozioni alla perfezione della forma. Non introduce elementi nuovi, ma costruisce comunque composizioni assolutamente sorprendenti, come se rinnovasse dall’interno tutte le strategie musicali della classicità. Proprio per questo non tramonta mai e ha sempre qualcosa da dire.

A questo proposito ricolleghiamo l’ultima domanda: secondo lei quale funzione sociale può avere Beethoven oggi, nel 2020, al di là del mondo prettamente musicale?

La domanda, secondo me, non riguarda solo Beethoven, ma il ruolo della musica classica in generale, per cui possiamo scegliere il compositore come nostro rappresentante. La musica è l’arte meno materiale che conosciamo e può fungere per tutti in primis come una porta verso un’altra dimensione, che noi tutti possediamo, ma che spesso dimentichiamo. È come se la musica classica ci facesse avvicinare a Dio. In secondo luogo, ritengo che sia una delle massime forme di educazione. Non essendo l’uomo formato solo di ossa e carne, ma anche di anima, è necessario che si occupi di nutrirla, attraverso l’arte e, soprattutto, la musica. Un’anima nutrita fa sì che la persona si senta meglio in qualsiasi ambito della vita, anche se svolge un lavoro completamente diverso da quello artistico-musicale. Infine, possiamo ragionare sul significato di musica classica in sé. identifichiamo con questa espressione un insieme di composizioni completamente diverse che attraversano sette secoli di musica: per ogni secolo ci rimangono solo alcuni nomi, di conseguenza possiamo definire la musica classica come la hit parade della migliore musica mai scritta negli ultimi mille anni. Per questo possiamo considerarla come uno dei monumenti più importanti della storia dell’umanità e, in quanto tale, va preservata, quasi fosse un sito protetto dall’UNESCO.

Elena Cazzato