Giovanissimi artisti in un viaggio da Beethoven a Ravel per violino e pianoforte, passando per Brahms. Classicismo e virtuosismo. Mercoledì 29 gennaio è iniziata la rassegna di concerti del MIA-Musica Insieme in Ateneo, all’interno dell’Auditorium del DAMS Lab dell’Università di Bologna.

Gli artisti under 25 che hanno preso parte all’evento sono stati Leonora Armellini (Pianoforte) e Giovanni Andrea Zanon (Violino). Il programma proposto partiva da Beethoven fino ad arrivare a Ravel, passando per Brahms. Il concerto è iniziato con la Sonata n 7 in do minore, op. 30 n. 2 di Beethoven, che si articola in Allegro con brio, Adagio cantabile, Scherzo e di nuovo Allegro. Il brano è stato scritto nel 1802, periodo nel quale la malattia porta il compositore a diventare totalmente sordo, cosa che lo condurrà anche alla depressione. La sonata è caratterizzata infatti da slanci che anticipano sonorità e stili tipicamente romantici, come la marcata liricità dell’Adagio e il carattere dinamico che segna la parte conclusiva dell’Allegro finale, allo stesso tempo spiccatamente espressivo. Il componimento suggerisce energia e sensazioni drammatiche al tempo stesso, il ritornello è assente mentre invece sono presenti quelle peculiarità che sono la cifra rappresentativa del Beethoven maturo, come balzati, staccati e una dinamica che suggerisce un’idea fortemente drammatica. I due interpreti hanno eseguito il brano ponendo maggior attenzione all’aspetto ancora classico del componimento, caratterizzato da scale e arpeggi brillanti, che sono stati eseguiti con grande precisione tecnica. L’esecuzione ha forse evidenziato più questi aspetti, rispetto al carattere drammatico che invece si dovrebbe intravedere, considerando la condizione particolare nella quale Beethoven si trovava a comporre. Il brano infatti risale allo stesso periodo della Sonata op 31 n. 2, la “tempesta”, che è uno dei primi brani beethoveniani in cui compaiono motivi drammatici che suscitano stati d’animo contrapposti.

Il secondo brano eseguito è stato la Sonata n. 3 in re minore op. 108, composta da Brahms, nel 1888, che si pone come il più illustre successore di Schubert: in questa sonata infatti, è legato ancora al romanticismo “classico”, in cui i materiali sono rielaborati e pochi elementi sono ciò che costituiscono brani di ampio respiro. L’uso moderato del contrappunto e il grande virtuosismo del pianoforte erano apparsi alla critica del tempo come un “cedimento” del compositore, che aveva privilegiato a ricerca di elementi più esteriori e d’effetto. È interessante porre attenzione nello sviluppo, dove Brahms trascina l’ascoltatore in un clima di staticità, carico di aspettativa: l’effetto è reso dalla ripetizione regolare e incessante di una nota grave.

Il vero fiore all’occhiello del concerto, tuttavia, è stata la Tzigane di Ravel, brano dall’indiscussa difficoltà tecnica per entrambi gli strumenti, in cui i musicisti, messi duramente alla prova, hanno mostrato tutto il loro talento. Il brano saluta il tardo romanticismo e incontra l’impressionismo, tramite sonorità particolari e ricercate. Composta per la violinista ungherese Jelly d’Aranyi, che la interpretò per la prima volta a Londra nel 1924, Tzigane fu scritta originariamente per violino e piano-luthéal, uno strumento particolare che, associando alla normale percussione delle corde l’esecuzione di suoni pizzicati, aggiunge al pianoforte un suono maggiormente metallico, come quello di un clavicembalo. In un secondo tempo la partitura fu strumentata per orchestra: ma sia questa che il pianoforte non fanno altro che da sostegno alla tessitura virtuosistica del violino, ricalcata sui modi delle più estrose improvvisazioni dei tzigani magiari. Dopo un lungo preambolo del solo violino, una brillante cadenza del pianoforte apre la serie dei trascinanti movimenti di danza, per poi ritrovare il violino in primo piano, mentre espone ora un tema lento e solenne ora una frase più vivace e briosa. Questo recitativo si interrompe per dar modo allo strumento solista, in un cantabile rubato, di esprimersi in una serie di febbrili arabeschi di stile zingaresco come mordenti, gruppetti di piccole note, pizzicati e trilli.

Ciò che è stato più stupefacente di tutta l’esibizione, è stato il fatto che i due interpreti sembravano un solo musicista, per respiro e gestualità: questo, insieme all’abilità tecnica, ha contribuito a far si che l’esecuzione fosse brillante e precisa, tanto da riscuotere un grande successo tra il pubblico.

Diletta Pompei