Si contano sulle dita di una mano i nomi di quei compositori dell’Ottocento scandinavo che vengono regolarmente eseguiti nelle sale da concerto di tutto il mondo: Grieg, Sibelius, Nielsen e davvero pochi altri. E nonostante un indubbio nuovo interesse, negli ultimi tempi, per questo repertorio, resta ancora tanto da (ri)scoprire; tanto ancora da cui farsi sorprendere.

In questo è davvero enorme il caso del più o meno misconosciuto Franz Berwald (1796 – 1868), svedese, dedicatario di questa pulce di fine gennaio.

Berwald: ben poco considerato fin dai suoi contemporanei, tacciato di ingenuità e dilettantismo, definito da Hanslick «del tutto carente di forza inventiva e fantasia» (Geschichte des Concertwesens in Wien, 1869). Peccato: in realtà fu piuttosto un bizzarro sperimentatore, un precursore entusiasta, un carattere focoso e determinato. A confermalo basta dare una rapida scorsa alla sua vita: una prima educazione musicale entro le mura domestiche, qualche lezione privata, per il resto una formazione da autodidatta. La sete di aggiornamento e conoscenza lo spinge a risiedere a Berlino e poi a Vienna, dove otterrà esecuzioni dal successo altalenante. La necessità di mantenersi, anche fuori dal suolo natìo, lo costringe ad abbracciare le più svariate professioni: violinista di fila, operaio in un opificio del vetro, direttore di una clinica ortopedica… come se il suo personaggio fosse stato ritagliato dalla penna di uno scrittore di romanzi realisti.

Ad ogni modo, Berwald compone nel 1841 un Elfenspiel (Gioco d’elfi) per orchestra, della durata di circa otto minuti. Il sottotitolo forse un po’ altisonante di “poema sinfonico” rende bene però lo spirito tutto oleografico di questa composizione: ogni battuta, ogni accordo, ogni singola nota pare sorprenderci, nascosti dietro al tronco di un abete, a spiare il ballo segreto di quelle creature che hanno abitato i boschi del Nord Europa e le immaginazioni della generazione romantica.

Il brano non è riconducibile a nulla, davvero nulla, di quello che si scriveva, per il resto, al tempo di Berwald: melodie da fiaba, armonie più che ardite; le scene si accatastano l’una sull’altra, giustapposte senza rigore, obbedendo all’unica regola di un’invenzione generosa, di una magica fantasia (alla faccia di Hanslick!). È l’espressione – forse meglio l’esplosione – di un temperamento entusiasta, fresco e spregiudicato come solo quello di un autodidatta e amatore (in senso forte, di amator) può essere: viene alla mente l’analogo caso di un Charles Ives, o anche di Henri Rousseau.

Poco prima di morire, Berwald fu insignito del titolo di cavaliere dell’Ordine della Stella Polare. Personalmente lo trovo un titolo onorifico dal nome bellissimo, che fa venire alla mente immensi cieli stellati e foreste incantate. Perché è proprio questo mondo, il paradiso indiscusso della sensibilità ossianica e romantica quello che balza agli occhi ascoltando questa pagina, e tutte le pagine che il nostro Berwald ci ha lasciato.

P.s.: Magiche davvero sono pure le sue quattro sinfonie, davvero troppo estese, però, per potere essere ammesse nel nostro mercato di pulci

Giorgio Musolesi