Quando si va a teatro, si crea un patto tra gli attori e gli spettatori: questi ultimi razionalmente sanno che quello che avviene sul palcoscenico è una finzione, ma altrettanto razionalmente accettano di crederle per potersi immergere nella storia rappresentata. Tuttavia, lo spettatore può anche decidere di ribellarsi a tale patto, perché non gradisce la trama, gli interpreti o la regia. In quel caso inizia a distrarsi, a parlare col vicino, a pensare a cosa si può cucinare per cena o cosa si stanno sussurrando quei due là dall’ inizio del secondo tempo.

Ecco, nulla di tutto questo ci è accaduto mercoledì 22 gennaio al Teatro Comunale di Bologna, alle prove del Tristan und Isolde, quando il secondo cast ha incantato (perché di un incantesimo deve essersi trattato se più di un centinaio di adolescenti non hanno fiatato per quattro ore) un gran numero di studenti, non solo del Conservatorio, ma anche di scuole secondarie bolognesi.

Tutto ha contribuito a rendere evidente la monumentalità di Wagner, già presente nella musica: la regia di Ralf Pleger, infatti, ha assecondato la musica, senza mai rubarle la scena, così come hanno fatto i lenti e solenni movimenti dei cantanti, quasi si trovassero su un altro pianeta. In questo modo più che un susseguirsi di azioni, si aveva l’impressione di osservare una serie di quadri fissi, il cui sfondo era diverso in ogni atto. Nel primo predominanti erano delle grandi stalattiti che scendevano dal soffitto: intorno a queste si muovevano i cantanti, che dialogavano tra loro con gesti delle mani ben precisi, sempre chiari, ad accompagnare le parole e a rendere evidenti i rapporti di potere; nel secondo centrale era un bosco bianco e imponente, animato da attori-rami-alberi, e in movimento, regno del delirio d’amore di Tristano e Isotta, mondo parallelo creato dal filtro. Il terzo atto, la tragica fine di questa tragica storia che si era aperta con la morte di Morold come antefatto e si chiude con la morte dei protagonisti, lascia lo spazio al dolore umano della vicenda: quello dei due amanti e dei rispettivi servi, e quello di Marke che non arriva in tempo a comunicare il suo perdono a Tristano.

Ph. Rocco Casaluci

Destinataria di fin troppa ideologia e sovrastrutture attecchite – colpevole lo stesso autore – sin dalla sua prima sconvolgente apparizione sulle scene nel lontano 1865, la musica di questo capolavoro vive in realtà di una inaspettata e incorrotta freschezza, capace di reggere l’autoimposizione di dilatazioni temporali mastodontiche. Quello che, infatti, mette a dura prova la sopportazione nella macchina wagneriana è, casomai, la dilatazione degli eventi e non tanto il protrarsi degli stessi: come dire, non è duro soffermarsi quattro ora a teatro, quanto assistere alla rappresentazione di concetti e “non azioni” che vengono provocatoriamente e scientemente reiterati, ribaditi da tutti i personaggi, anche più volte. In tutto questo, l’apporto della musica è straordinariamente salvifico: il tanto additato uso di una armonia perennemente naufraga fra le onde di un tempestoso cromatismo, diventa l’unica possibilità di contrasto tensivo con quanto avviene, anzi, non avviene in scena. Il secondo atto è in questo esemplare, un lungo, lunghissimo delirio retorico fra Tristano e Isotta su amore e dintorni: mentre i due “ammaliati” si producono in un immobilismo scenico corrispondente all’impasse dello stato emotivo/psichico, in buca l’orchestra ci propone un’inarrestabile fabbrica di situazioni timbriche e differenze di scrittura.

Ph. Rocco Casaluci

La bacchetta di Valčuha tiene perfettamente conto di questo, riuscendo a ottenere dall’Orchestra del Teatro Comunale risultati inaspettati. E non è la prima volta. Quanto bene farebbe al nostro Teatro una simile figura stabile! Peccato che il maestro sia impegnato a Napoli, altrimenti sarebbe interessante che i vertici intraprendessero un corteggiamento… 

La prova generale del secondo cast, considerata la bravura, fa ben sperare sia per le proprie recite che per la qualità del primo. Catherine Foster (Isolde) e Bryan Register (Tristan) sono due cantanti anglofoni avvezzi ai ruoli wagneriani e, in generale, ai titoli tardoromantici. Entrambi hanno fatto onore alle intenzioni psicologiche della musica, anche se lei è giunta visibilmente un po’ provata all’ultima fatica del Liebestod.

Affascinanti il timbro scuro e arcano, nonchè la dizione precisa e sonora di Albert Dohemen (Re Marke), corretti e solidissimi Martin Gantner (Kurwenal) e Ekaterina Gubanova (Brangäne), che regalano ai propri ruoli due interpretazioni non affatto inferiori ai protagonisti. Unico italiano, Tommaso Caramia (Melot/un pilota), giovane baritono oramai di casa al Comunale, si difende come può, ma fa complessivamente bene.

Roberta Rimondi & Diego Tripodi