Un successo come quello del mio Lohengrin a Bologna non era neppure immaginabile in veruna città della Francia. […] Con ciò l’Italiano ebbe a confermare, che la sua potenza creatrice  è sempre inesauribile, che il suo genio già un tempo rigeneratore del bello é ancora suscettibile di accogliere nuova, e benefica luce poiché soltanto chi sa e può produrre, sentesi libero da ogni ostacolo e indipendente per fare buon viso a produzioni straniere.”

Così Richard Wagner ringraziava la città di Bologna nel 1872, dopo che il Teatro Comunale ebbe ospitato la prima italiana del suo Lohengrin, l’anno precedente, riscuotendo un successo clamoroso tra il pubblico. L’azione congiunta del sindaco Camillo Casarini e del direttore d’orchestra Angelo Mariani riuscì a portare per la prima volta in Italia un capolavoro wagneriano e l’accoglienza fu talmente positiva che il compositore fu fatto cittadino onorario della nostra città, creando così uno stretto sodalizio.

Un secolo e mezzo è passato, ma nel 2020 Bologna non ha ancora dimenticato il rapporto con il compositore tedesco e, così, il Teatro Comunale decide di aprire la stagione operistica di quest’anno con niente meno che il Tristan und Isolde, pilastro di tutta la musica moderna, di cui ospitò la prima italiana nel 1888.

Nel Tristano e Isotta, Wagner mette a punto tutti gli elementi teorizzati nel saggio Opera e Dramma, completato dallo stesso compositore nel 1851. Il nostro musicista, infatti, fu anche scrittore e teorico della musica e, in questo scritto in particolare, ci presenta una disamina di tutta la storia dell’opera dai suoi esordi, addentrandosi in spiegazioni dettagliate sull’utilizzo del verso e della melodia, e delle loro interazioni. Col suo sempre presente spirito sardonico, naturalmente non si esime dall’esprimere critiche non troppo velate ai compositori del passato, che non sanno affatto come coniugare testo, musica ed esigenze degli esecutori. Troppo spesso si lasciano trasportare dai capricci dei cantanti, che vogliono solo sfogare il loro ego nei virtuosismi delle arie, oppure non si curano minimamente dei versi scritti per loro dai librettisti, musicandoli con melodie piacevoli, ma totalmente inadatte all’espressione suggerita tra le righe. O ancora si rivolge a coloro che cercano di recuperare l’elemento popolare mettendo in scena bizzarre rappresentazioni “storiche”, prive di qualsivoglia fondamento. “Lontani dal popolo abbiamo creduto che il frutto che ci nutriva fosse come la manna caduta per volontà celeste in bocca a noi privilegiati da Dio, a noi, uomini ricchi e geniali. […] Così noi devastammo tutta questa bella foresta naturale del popolo, tanto che oggi ci ritroviamo insieme a lui mendicanti nudi e affamati” scrive il nostro compositore, a proposito di coloro che hanno dimenticato l’origine popolare della melodia, e ora vorrebbero recuperarla ritrovandosi però completamente spaesati.

Al contrario di queste tendenze, Wagner rinnova l’opera lirica fondandone nuovamente i principi da zero e creando, infine, un genere completamente nuovo, definito dramma musicale o Wort-Ton-Drama, opera d’arte totale che coniuga in un tutt’uno perfettamente amalgamato la parola, la musica e la scena. A questo proposito scrive: “ogni organismo musicale per sua natura è femminile; esso ha la facoltà di partorire, non di generare; la forza generatrice risiede fuori di esso e, senza essere fecondato da questa forza, esso non è in grado di partorire. […] L’organismo della musica non può dare alla luce la melodia vera e vivente che quando venga fecondato dal pensiero del poeta. La musica è colei che partorisce, il poeta colui che determina il concepimento”. Musica e testo, dunque, devono essere perfettamente uniti nella loro rappresentazione scenica, perché venga “concepita” una vera e propria opera d’arte.

Come creare, dunque, quest’opera d’arte? Secondo Wagner “l’arte […] non è altro che l’esigenza esaudita di conoscere se stessi in un oggetto rappresentato […], di ritrovare se stessi nei fenomeni del mondo esterno dominati tramite la loro rappresentazione”. Per questo il nostro compositore decide di porre le basi del suo dramma musicale partendo dall’esempio della tragedia greca: il poeta tragico greco, infatti, aveva già a suo tempo concepito “l’essenza dell’individualità come il punto centrale dell’opera d’arte, dal quale essa traeva il suo alimento e si rinnovava in tutte le direzioni”. Naturalmente, però, non è sufficiente prendere come soggetto una vicenda puramente umana, che potrebbe caratterizzare l’individuo dei nostri giorni, e musicarla, poiché l’effetto che ne verrebbe fuori sarebbe di freddezza assoluta. “[…] il potere del poeta consiste nel compiuto dissolversi dell’intento nell’opera d’arte, nel divenir sentimento da parte dell’intelletto. Egli raggiunge il suo intento solo materializzando dinanzi ai nostri occhi i fenomeni della vita secondo la loro più piena spontaneità”. Il poeta, cioè, deve utilizzare il suo fine intelletto per creare sulla scena un evento puramente umano, ma carico di espressione, di un sentimento tale che possa essere immediatamente recepito dai sensi del pubblico e, dunque, appreso. Questo processo, per cui l’intelletto si trasforma in sentimento, viene definito da Wagner “prodigio”, ed è possibile solo grazie all’ausilio della fantasia: “il linguaggio dei suoni è principio e fine del linguaggio verbale, come il sentimento è principio e fine dell’intelletto […]. Mediatrice fra principio e punto centrale, così come fra questo e punto terminale, è la fantasia.”

Sulla base di questi e molti altri principi più prettamente tecnici, qualche anno dopo Wagner metterà in scena Tristano e Isotta, opera d’arte totale in cui il compositore, nonché librettista, coniuga la storia di un amore impossibile, basata su una conosciutissima leggenda celtica già più volte romanzata e rivisitata, con la filosofia moderna e con una musica completamente nuova, che si dispiega in infiniti cromatismi, scardinando fin dalle fondamenta i principi dell’armonia tradizionale e assicurando a Wagner un posto privilegiato tra i grandi artisti del suo tempo.

Colui che crea l’opera d’arte dell’avvenire non è altri che l’artista del presente, che anela alla vita dell’avvenire e aspira a esservi contenuto. Colui che alimenta con le proprie più particolari facoltà questo intenso desiderio, vive già sin d’ora una vita migliore; ma uno soltanto lo può: l’artista”.

Elena Cazzato