Molto prima del villaggio globale, del consumismo e della omologazione, molto prima della emancipazione egemonica della finanza come vettore degli orizzonti sociali, molto prima dell’era di internet – ma anche molto prima che neonazionalismo, sovranismo, populismo e altri ister“ismi” invadessero la coscienza collettiva – ci sono state forme meno condivise e imperfette di quelle elencate, ma che hanno accomunato molti molti uomini in esperienze coerenti. Naturalmente vi parlo dell’unica storia di cui posso provare a parlarvi, la nostra storia di uomini d’occidente. Alla luce di ciò, un esempio è dato certamente dalla musica. Anzi, senza dubbio la musica è stata, in determinati momenti, l’espressione della nostra cultura più coerente nella condivisione. Molto più delle altre arti e del pensiero filosofico. In certi casi, ci si è avvicinati ad una vera e propria koinè sovrannazionale. Dalla metà del settecento questo è stato abbastanza evidente e ha tenuto duro praticamente fino ai giorni nostri.

La corda si è poi tesa troppo, forse era anche un po’ lisa e sfilacciata da tempo per via d’ una manutenzione grossolana, e quindi, come succede in questi casi, si è rotta. Sta di fatto che una quarantina d’anni fa il mondo musicale – e ancora una volta, mi riferisco settariamente al filone classico – esplose in una nube di dialetti, idiomi, esperienze, singolarità, affermazioni solitarie e personali e, da allora, la forza dell’esplosione si propaga in una cosmogonia frammentaria ma vitale. Alcuni vi hanno visto e vi vedono la fine, molti invece hanno salutato tutto ciò come una liberazione e una acquisizione del progresso. Personalmente, trovo che, come spesso accade, abbiano ragione entrambi. O entrambi torto, a seconda di come più piace, ma non sarà qui che ne disquisiremo. Così come chiedo pazienza alle menti più edotte per una ricostruzione così tranchant e accompagnata da affermazioni a dir poco apodittiche. Spero vorranno comprendere la ristrettezza che mi è imposta.

La cosiddetta musica contemporanea, quindi, è un nugolo di regionalismi dell’anima e del carattere individuali e ciò è senza dubbio l’aspetto affascinante della situazione. Tutta una intera generazione nata tra i ‘50 e i ‘70 del secolo scorso ha per prima vissuto e incarnato questa rivoluzione, a tutti gli effetti dell’ethos. Fra questi, Mauricio Dottori è un buon esempio, oltre a essere motivo di questa arzigogolata introduzione. Compositore brasiliano e, come tradisce il cognome, di origini italiane, in realtà dall’alto dei suoi due metri, per fisionomia e per il curioso accento potreste facilmente scambiarlo per una figura di russo abbastanza convincente. Ma perché parlarvi di Dottori? Perché a lui si è dedicato, venerdì scorso presso la Aula Palestra del Conservatorio Martini, l’incontro e concerto presente l’autore e a cura della Professoressa Anna Rita Addessi, per l’Università, e del Maestro Nicola Baroni, per il Conservatorio di Bologna.

Nella poliglotta babilonia della contemporaneità, Dottori si autodefinisce un compositore “post -atonale” e attento a una riscoperta dimensione eufonica. Nella conferenza è inoltre emerso un punto di vista personale e interessante sulla musica come gioco, da non confondere con disimpegno, ma anzi come pratica serissima di divertimento in cui le regole non possono che essere costantemente reinventate. Questo nella sua poetica – a dire suo e a quanto emerso dal dialogo con gli altri relatori – avviene nella convinzione che l’espressione musicale possegga un buon senso drammatico se la drammaticità viene usata con parsimonia. Per fare ciò, però, le forme non sono un’ossessione per l’autore, che ritiene siano naturalmente sottese alla musica, a prescindere dalla volontà di scomodarle. Una posizione che, potremmo dire in termini metastorici, coniuga una visione neoclassica ad una molto più romantica [qui un esempio di musica dell’autore https://www.youtube.com/watch?v=MywHodpZoVA&t=210s].

Momento particolarmente accattivante dell’incontro è stato il confronto tra il Professor Mario Baroni e lo stesso Dottori, in un duello bonario ma pungente, in cui l’esperto musicologo cercava di piegare alle proprie analisi sulla sua musica il compositore, non propriamente d’accordo: il tutto ha allestito un imprevedibile siparietto, gustoso tanto più che molte delle considerazioni di cui sopra sono da esso scaturite, mostrando a tutti come l’incomprensione o la divergenza siano un valore inestimabile se maneggiate con cura.

L’omaggio era poi completato da una nutrita parte di momenti musicali – cinque interventi di organico assai vario, di cui un paio di prime assolute – eseguiti, nel plauso generale e dell’autore, dallo stesso Nicola Baroni al violoncello, dalla flautista Valentina Daldegan, dal percussionista Valentino Marrè e dai giovani solisti dell’In.Nova Fert Ensemble, realtà dedita al repertorio contemporaneo e che ha mosso i primi passi in seno al nostro Conservatorio.

Insomma, un piccolo evento, ma degno di cronaca. Fosse soltanto per gli sforzi impiegati alla realizzazione, la competenza sia degli intervenuti – fra gli altri, Rosa Cafiero dell’Università del Sacro Cuore di Milano – che del pubblico, cercando di far tesoro di ogni testimonianza per riflettere sulla traiettoria di questa nostra sfaccettata epoca.

Diego Tripodi