Il foyer di un teatro. Una vetrata ampia che affaccia su rami illuminati da una luce fioca. La gente seduta ai tavoli, davanti a un palco con tre microfoni. E d’improvviso salgono loro. Tre ragazze, tutte e tre cantanti. Sono le Scat Noir, o meglio: Ginevra Benedetti, Natalia Abbascià, e Sara Tinti, queste ultime due rispettivamente anche al violino e al pianoforte. Vengono da tutte e tre le zone d’Italia, ma artisticamente nate a Ferrara, figlie del Coservatorio di quest’ultima città, che le ha fatte incontrare, conoscere, e dato loro la voglia di collaborare insieme, nascendo poi come gruppo nel 2013. La gente è dunque lì seduta, nel foyer del teatro Celebrazioni, per l’appuntamento denominato Foyer 234, di lunedì 16 dicembre, curiosa di scoprire quale sia il risultato di questo incontro. Figlie indiscutibili di tutte le precorritrici del genere, anche per numero di componenti, come le Boswell Sister, Andrew Sister e le nostrane Trio Lescano (anche se, a differenza delle precedenti, le tre fanno proprio lo stile quasi esclusivo del canto a cappella, o con intervento al massimo di uno o due strumenti, e della pratica del beatbox), le Scat Noir animano indiscutibilmente i loro brani, che siano arrangiamenti o composizioni proprie, di una identitaria tinta jazz, non disdegnando però assolutamente le realtà folkloriche mondiali, o la tradizione cantautoriale italiana. Ad esempio di queste tre componenti possiamo prendere ciascuna un brano: “Onion Blues”, “Ziguezon Zinzon” e “Nuvolari”.

“Onion Blues”, struggente canto su di una ragazza che preparando una zuppa di cipolle per il suo amato, piange, chiedendosi se questo gesto dipenda dalla cipolla o dall’amore, è accompagnato dal violino di Natalia Abbascià, che apre anche la storia. L’arco sfiora le corde, sintonizzandole su frequenze romantiche, per poi scivolare su tortuosi arpeggi barocchi, quasi Vivaldiani, e sprofondare in un glissato discendente e dissonante, straziante. Poi le voci. Parte prima Ginevra Benedetti, solitaria, accompagnata dal pizzicato del violino, per poi venire affiancata da Sara Tinti. Il canto è sinuoso, e l’atmosfera tenue, proprio come un vecchio lamento blues, che sfocia poi in un un urlo lacerante. L’impasto vocale languido sembra quasi voler raccogliere le lacrime versate dalla protagonista, mentre gli improvvisi glissati del violino ne sottolineano i dubbi e le sofferenze, per poi giungere alla fine del brano, in un deforme coro di voci distorte.

“Ziguezon Zinzon” è un tradizionale canto franco canadese, famoso nella versione de La Bottine Souriante, qui cantato dalle Scat Noir senza l’ausilio dei microfoni, come fossero tre giovani ragazze a passeggio tra le lande del Quebec. Scelta azzeccatissima, poiché dona al brano una forte connotazione quasi campestre, ma anche battagliera e fiera, sensazione data anche dall’idioma francofono, che conferisce forti atmosfere rivoluzionare e ribelli. Qui le Scat Noir sfoggiano un altro loro marchio artistico: la body percussion. Gli incastri ritmici che le tre proiettano sui propri corpi genera ancora più dinamismo e genuinità popolare, riportandoci quasi agli albori della musica: una voce e un corpo da percuotere con le mani.

“Nuvolari”, infine, è il loro personale e gustosissimo arrangiamento della famosa canzone di Lucio Dalla aperto dallo scat, con le proverbiali sillabe “Shoobi-doo-bee-da”, e che lo pervade da cima a fondo. Le tre strofe vengono spartite tra le tre cantanti, a partire dalla voce di contralto di Sara Tinti, adattissima a introdurre lievemente questo omaggio, seguita da Ginevra Benedetti e infine Natalia Abbascià. Il canto è intervallato, per ogni strofa, da vocalizzi onomatopeici, quasi beatbox, e da ‘versi’ spiazzanti ma assolutamente musicali e dinamici, grazie al loro traino sincopato. La voce che chiude il brano è quella dolce e sognante di Natalia Abbascià, giusta conclusione di quello che forse si può considerare il manifesto del trio, per la sua unione omogenea di tutte le tecniche utilizzate ed influenze custodite. Il pubblico, al termine del concerto, pare gradire eccome, tanto da riportare il trio sul palco per un ulteriore esecuzione: un medley di tre brani blues, impreziosito dal trombone fittizio nato dalla voce di Abbascià. Un’ulteriore e graditissima sorpresa di questo gruppo affiatato e solare tutto al femminile. Lunga vita a loro!

Riccardo Bianco