Un’impresa di non poco conto, quella di mettere in scena consecutivamente le due opere che segnarono la svolta della drammaturgia lirica italiana di fine ‘800. Senza soluzione di continuità scenica, il Teatro Comunale offre il dittico Cavalleria Rusticana – Pagliacci a conclusione della stagione ‘18-’19 in una singolare scelta registica.

“Lo chiamano Verismo in musica, e noi immaginiamo opere truculente, canto gridato, partiture dove l’orchestra risuoni forte, fortissimo, all’estremo. Così hanno raccontato. Così immaginiamo, per conclusione in automatico. E alla fine, così ci aspettiamo di sentire, quando in locandina ci sono Cavalleria rusticana e Pagliacci.”

Con queste parole Carla Moreni commenta la scelta del Teatro Comunale di chiudere il cartellone con due titoli che hanno sancito l’inizio di una tradizione teatrale non indifferente: l’opera breve, concisa, rapida, su cui si baserà il Trittico di Puccini e con il quale gli operisti dovranno poi fare i conti. La rapidità d’azione delle vicende sul palco si unisce alla stasi e all’immobilità che governano l’ambiente scenico, quel tempo che sembra non scorrere mai, fissato su una tela ma al contempo inesorabile nel mutamento al quale tutto il mondo è soggetto. Assistendo alle due recite, indissolubilmente legate per motivi storici e culturali, si ha l’impressione di osservare due quadri, due fermi immagine in cui riusciamo a riconoscere dei tratti di una società, di un mondo che ci paiono distanti e illesi nella loro evoluzione, ma ancora così vicini e pieni di sfumature.

Sarebbe lapalissiano definire Cavalleria Rusticana un chiaroscuro della vita siciliana ai tempi di Giovanni Verga; lo spettatore che si aspetta di trovare la vitalità dell’Isola, con la sua gioia e i suoi campi gialli, potrebbe restare deluso dalla regia di Emma Dante: in questa produzione il riflettore non è puntato sui toni chiari del mondo isolano, quanto più alle sue ombre più recondite, come testimoniato dal fondale atono e acromatico del palcoscenico, sul quale si muovono solo pochi pannelli e strutture mobili. A fare tutto il lavoro sono le parole e il cast, l’eredità verghiana, il maneggio di Targioni-Tozzetti e Menasci e le tinte timbriche di Mascagni che dipingono una scena quasi asettica e immobile sul quale la vicenda si esaurisce a velocità quasi reale. Il disincanto è tuttavia sventato da dettagli che ci ricordano, comunque, che siamo a teatro e qui la critica severa e dura è di casa: i cavalli di Alfio sono sostituiti da alcune figuranti, in una mise giallo-rossa tipica della Trinacria, che saltano allo schioccare della frusta del loro padrone, come se la Dante volesse ricordarci quanto attuale sia la problematica femminile in alcune zone più interne dell’Isola. Con la stessa energia è certamente trattata la vibrazione che scuote l’intera vicenda: la religiosità e il rito sono presenti in ogni momento della scena, e lì dove il libretto sembra dimenticarsene, la regista vi pone un accento marcato a sottolineare l’onnipresenza della ritualità in ogni aspetto della vita siciliana del XIX secolo, come testimonia la scena della Passione di Cristo svelata nel Preludio, dopo la Siciliana di Turiddu, e poi riproposta prima durante l’Intermezzo, dove Santuzza stessa si fa carico del dolore della croce, e infine subito dopo la notizia dell’assassinio del protagonista, dove la madre Lucia viene coperta di un velo, e il suo dolore si fossilizza come in un complesso statuario raffigurante la Madonna.

I dettagli con i quali è trattata la veridicità della vicenda bene si sposano con le intenzioni di Serena Sinigaglia alla quale viene affidata la regia del secondo titolo. La regista decide di non fare tabula rasa fra le due recite, rinunciando ai tempi logistici dell’intervallo per sbarazzare la scena e, come chiarisce nelle note di regia, lasciando gli operai del Teatro liberi di montare la nuova scena a sipario aperto, per mostrare al pubblico come il teatro sia effettivamente finzione, una costruzione: una scelta quanto più superflua e ridondante, se consideriamo l’intervento di Beppe durante il Prologo come il primo, unico e vero manifesto del Verismo in Teatro, già trionfante della dignità del suo ruolo esplicativo. La scena che viene costruita davanti ai nostri occhi è tanto semplice quanto efficacie: una struttura in legno, che durante la Commedia verrà trasformata nel palcoscenico della stessa azione metateatrale, qualche ciuffo d’erba e poche sedie; non essenziale e mobile come in Cavalleria Rusticana, ma curata e fissa, coadiuvata dalle luci che ci fanno accorgere dello scorrere del tempo e del cambiamento di atmosfera, a ventitré ore. La vicenda sicuramente scorre in maniera più fluida e richiede un’attenzione sicuramente minore rispetto alla recita precedente, durante la quale l’occhio doveva essere costantemente impegnato sulla scena a cogliere la moltitudine di elementi che la Dante decide di inserire.

I cast delle due recite si dimostrano all’altezza di una tenuta registica che mette alla prova le capacità attoriali dei cantanti. In Cavalleria Rusticana sicuramente Veronica Simeoni soffre della stanchezza che il ruolo di Santuzza fisiologicamente apporta, regalandosi qualche silenzio durante il Regina Coeli e risparmiando le forze: Mascagni non si risparmia nella scrittura, riservando alle voci lo stesso trattamento della scrittura strumentale, ponendo i cantanti in grave difficoltà esecutive; Agostina Smimmero (Lucia) e Alessia Nadin (Lola) caratterizzano bene i personaggi, marcati dai timbri differenti delle interpreti che bene si adattano ai ruoli affidatele. Roberto Aronica (Turiddu) fa affidamento a una tecnica vocale ormai un po’ obsoleta, ma capace comunque di dimostrazioni espressive molto adatte alla scena; chiude il cast un Alfio, interpretato da Dalibor Jenis, senza infamia e senza lode, con qualche suono un po’ troppo sfoggiato durante la sua Sortita.

Più particolare il cast di Pagliacci: nonostante il suo intervento iniziale durante il Prologo un po’ titubante, questa volta la prestazione di Delibor Jenis (Tonio, l’unico a presentarsi nuovamente nella seconda recita) si mantiene lineare e molto ben dipinta sul canovaccio di Leoncavallo, aiutato da un Arlecchino/Beppe, interpretato da Paolo Antognetti, che si dimostra essere un ottimo tenore leggero dalla grande cantabilità e sensibilità dimostrate durante la Serenata della Commedia; una vocalità adatta quella di Vittorio Prato (Silvio), che però denuncia uno studio non approfondito sulla corretta dizione richiesta. I protagonisti si dimostrano all’altezza: gli interventi di Carmela Remigio (Nedda) sono sempre precisi, corretti e mai fuori posto nonostante una scarsa udibilità nel registro più basso, mentre Stefano La Colla (Canio) riesce a bearsi di una voce duttile, pastosa che bene si adatta a qualsiasi situazione musicale, tranne nell’aria di fine atto dove dimostra, forse per tensione, qualche titubanza tecnica.

La bacchetta di Frédéric Chaslin si dimostra in linea di massima salda e dalle idee chiare, sebbene qualche sbavatura nel Regina Coeli abbia portato fuori strada il Coro in pochi punti. Sin dal Preludio Chaslin dimostra comunque una buona conoscenza della partitura, portando in evidenza certi dettagli che tradizionalmente non ci si sarebbe aspettati di ascoltare dalla buca. Nonostante alcune scelte di tempo opinabili, che hanno messo in difficoltà i cantanti in più di un’occasione, la direzione si mantiene molto solida, specie nel secondo titolo.

Due recite che sintetizzano l’intera stagione del Comunale e che lo concludono dignitosamente: un saluto all’insegna della linearità, un sorriso sornione all’innovazione che tuttavia resta ben cosciente della propria identità e della propria storia.

Angelo Zarbo