“Un certo distacco, la conoscenza di opere create posteriormente, l’esperienza di nuove mode ci pongono nelle condizioni di animo e di sensibilità più propizie per valutare pagine di musica che hanno subìto quella sorta di decantazione, di purificazione che il tempo opera inesorabilmente ma giustamente in esse, e pure in noi, fatti ormai i più cauti e spassionati”.

Così Guido Maggiorino Gatti, importante critico e musicologo, rifletteva nella sua Lettera da Venezia. Il VI Festival, per la rivista La Rassegna Musicale. Siamo nel 1938, il festival veneziano è naturalmente la Biennale e la lettera in questione è l’unico vero scritto giornalistico che si soffermi su una importante variazione di quella edizione: la creazione di un grande concerto retrospettivo degli ultimi trent’anni di musica, uno dei primi tentativi di creazione del concetto di repertorio anche per le epoche immediatamente passate e per la contemporaneità, punto di vista assolutamente ancora estraneo alla cultura concertistica italiana del tempo. Ma il vero interesse della data è la presenza in programma de Le Sacre du Printemps di Stravinskij, il lavoro più iconico e mitologico di inizio secolo, che solo tre anni prima era stato presentato integralmente al pubblico italiano.

Queste e altre informazioni le abbiamo apprese, il pomeriggio di venerdì 20, dal racconto, colorato di aneddoti e dettagli, di Marco Pedrazzi, in duo con Marco Ghilarducci nell’incontro dal titolo La “battaglia” del Sacre – la prima della Sagra della Primavera nelle recensioni d’epoca e nei documenti originali della biblioteca del Museo della musica, museo che dell’incontro è stato promotore e nella cui graziosissima saletta musicale ha risuonato la versione celebre per pianoforte a quattro mani del grande capolavoro stravinskiano.

Con evidente selezione nell’impiego dei termini e attenzione ai tempi degli interventi – nel giusto dosaggio di narrazione, letture di testimonianze spesso curiose e accattivanti, immagini delle coreografie e altro materiale originale – il racconto di Pedrazzi ha guidato l’uditorio nella non semplice ricostruzione della nascita di un mito musicale, attraverso le prime esecuzioni; innanzitutto, quella scandalosa e leggendaria degli Champs-Élysées nel 1913, che vide la musica nuovissima di Stravinskij salutata da schiamazzi e agitazione tali da costringere Djagilev, impresario celebre degli iconici Ballets Russes, ad accendere e spegnere le luci di sala. Ma, soprattutto, è risultata interessante e meno nota la storia delle prime – parziale nel 1923 e integrale nel 1935 – italiane di molti anni dopo, curiosissime per la peculiarità degli allestimenti – spesso attutiti da programmi ricchi di “classici” -, dei personaggi coinvolti, della accoglienza insperabilmente positiva di critica e di pubblico, spessissimo legati in maniera importante al coevo contesto fascista – lo stesso Mussolini “deplora” di essersi «perduto lo Strawinsky» tanto da domandarne una replica . Raccordi trovati nel preziosissimo patrimonio di riviste d’epoca conservate al museo e donati all’uditorio con disinvoltura dal giovane divulgatore, che riusciva a mantenere una modalità colloquiale senza né scadere nel pressapochismo estetizzante di molte di queste iniziative né nella verbosità estenuante degli incontri specialistici.

Con una strategia sapiente, la narrazione si alternava all’esecuzione integrale del balletto, suddiviso in due blocchi di simile durata, soluzione particolarmente apprezzata e che ha contribuito ad una attenzione sempre vigile del pubblico.

Il duo Pedrazzi – Ghilarducci ha affrontato le vertiginose difficoltà del brano, che ben possiamo intuire conoscendo la complessità della versione orchestrale, restituita appieno dai due pianisti sia per la vivacità lussureggiante della foresta di ritmi, che per la difficilissima gestione dei timbri, talmente tanto pregnanti nella scrittura per orchestra, ma che rischiano facilmente di venire sacrificati nella euforia percussiva del pianoforte.

La musica è corsa via esattamente come ad assecondare un fluire di danze e questo è senza dubbio l’obiettivo che un interprete deve proporsi e raggiungere.

Il risultato è un omaggio reso senza fronzoli ed entrato nel cuore dei presenti che, come è ovvio in questi casi, non hanno mancato di testimoniare il loro entusiasmo. Fra i complimenti, qualcuno si è persino spinto ad affermare che l’esecuzione abbia superato l’interpretazione dei fuoriclasse Canino e Ballista. Noi questo non lo sappiamo. Di sicuro riportiamo qui la soddisfazione per un momento musicale andato a buon segno. Certo, non proprio un rito di primavera, data l’imminenza del solstizio invernale. Ma è una idiosincrasia che siamo disposti a perdonare.

Diego Tripodi