Due verità sul Mezzogiorno: Cavalleria Rusticana e Pagliacci al Comunale

“Ce n’è di reste / d’agli nelle case, / di cartuccere / e di madonne appese. / Ce n’è di donne / scalze senza pane / a raccogliere frasche / a vendemmiare. / Ce n’è di gente / che zappa e non parla / perché pensa / a una annata migliore. / Qui tutto è come prima / tranne i morti. (…)” – Franco Costabile

Chi ha esperienza del Mezzogiorno sa che, ancora oggi, in quelle terre il disagio sociale prende forma in una tradizione immemore di passività, immobilismo e contraddittorie detonazioni di violenza, codici e costumi reiterati dalla abitudine, ma privi ormai di un’autentica cultura. È quella “questione meridionale” che aleggia inquieta lungo la storia della indifferenza del nostro Paese e che ancora si mostra nel divario sociale, economico e culturale, nonostante quest’ultimo sia confluito di recente nel più generale degrado morale del nuovo millennio.

La prova del nove, possiamo vederla nei due capolavori operistici Cavalleria Rusticana e Pagliacci, in cui questo dipinto, più di un secolo fa, era già formato nei suoi contorni.

Eppure, per grandezza dell’arte, l’approccio di un soggetto sostanzialmente identico – efferati delitti d’onore che vanno ad appesantire vite già sacrificate alla miseria – è molto diverso tra Mascagni e Leoncavallo. La comune poetica verista, come viene tradizionalmente definita, in realtà si declina in interpretazioni poi non così uguali: Cavalleria ha qualcosa di romantico ancora, Pagliacci già di espressionista. D’altronde, si potrebbe facilmente ritrovare un motivo nelle biografie degli autori: Mascagni, livornese cresciuto in un contesto sostanzialmente artigiano e cittadino, non conosce – se non di rimando tramite gli spunti letterari veristi – la peculiare cultura delle popolazioni meridionali; diversamente Leoncavallo, seppur proveniente da un ceto istruito e altolocato, riversa nell’opera una diretta esperienza di vita paesana, ricordi anche molto precisi del degrado e del disagio delle campagne calabresi e potentine, delle ammazzatine in piazza e della sofisticata complessità di valori.

Per questo il “vero” di Leoncavallo è più vero di quello di Mascagni, ma forse anche meno vero nel momento in cui la sua conoscenza ravvicinata lo porta a un gusto per l’esasperazione psicologica e drammatica che ha già i toni eccessivi – e dunque in questo poco “veri”-, artistici, dell’espressionismo. Sembrerà azzardato, ma il viottolo per Wozzeck ha qui un suo insospettabile incamminamento.

Bene che il Teatro Comunale di Bologna abbia assecondato il naturale accostamento di questi due titoli con le due produzioni in scena dal 15 al 22 di Dicembre e, soprattutto, bene che sia stato fatto investendo in una qualità un po’ più ricercata della solita routine.

Innanzitutto le regie affidate a personalità che del nome non hanno solo il fumo, Emma Dante per Cavalleria e Serena Sinigaglia per Pagliacci. Queste sembravano orientarsi abbastanza fedelmente alla duplice visione degli autori. Emma Dante, un po’ delude perché ci si sarebbe aspettati facesse guadagnare in graffiante esasperazione l’opera di Mascagni, che invece – e le sia dato merito in linea di principio – cerca di assecondare in quelle scelte un po’ naïf che ne romanticizzano la sostanza – sgherri che si arrotolano le maniche, il “carretto siciliano” di Alfio, scene di vita paesana e di piazza bozzettistiche. Inoltre, poco convincente, forse, puntare così tanto sul contorno pasquale. Certo, in tal modo si valorizza la scelta finale, per cui una Lucia simil Addolorata viene circondata da uno stereotipato compianto di barocca maniera, da un lato inno a quell’archetipo santo tutto meridionale della “mamma” e dall’altro richiamo alla problematica della famiglia, così usuale nei lavori della regista palermitana. Ma certi simbolismi, ancorché non particolarmente fastidiosi, restano dubbi, come il cimitero di croci discese dal cielo ad accompagnamento del celebre Intermezzo o le “puledrine” che compongono il carretto di Alfio – uno spunto di riflessione sul patriarcato sudista, aggiunto per soprammercato? Ad ogni modo, la regia desta interesse e porta evidentissima la cifra della bella perizia tecnica.

Davvero affascinante nella sua semplicità, solo apparentemente conservatrice, la regia di Sinigaglia per Pagliacci, accuratissima nel dettaglio quasi neorealista e che trova la propria libertà d’azione potenziando con buon gusto l’ambiente già così prepotentemente definito del soggetto. Si è invero avvalsa anche delle splendide luci crepuscolari e dagherrotipiche di Claudio De Pace e della vivacità dei costumi di Carla Teti.

Infine, ma non certo da ultimo, i due cast, anch’essi una buona volta composti da elementi importanti e artistici, quasi nella loro totalità. Innanzitutto, in Cavalleria, Veronica Simeoni, una Santuzza particolarmente cesellata anche se purtroppo troppo spesso non abbastanza potente; diversamente Carmela Remigio, Nedda in Pagliacci, riesce a non rimanere sommersa dalle ondate orchestrali di Leoncavallo e anch’essa ci regala una interpretazione molto piacevole e ben modellata sulle sembianze multiformi richieste dal personaggio, anche scenicamente. Tra le voci maschili, Turiddu / Roberto Aronica non possiede le raffinatezze della sua comprimaria, ma ha regalato al personaggio una degna possanza di suono; Stefano La Colla regge benissimo, anche e forse soprattutto attorialmente, il ruolo drammatico di Pagliaccio, ma stanca con una emissione eccessivamente vibrata e il suo Vesti la giubba, attesissimo, viene portato a casa senza troppa emozione.

Fra i ruoli cosiddetti secondari, meritano di essere nominati certamente Agostina Smimmero / Lucia, dalla affascinante e precisa voce contraltile, che ha recitato con perfetta adesione al personaggio; Paolo Antognetti, un inaspettato Arlecchino che nella serenata ha mostrato una voce splendida, potente e lirica.

Diego Tripodi

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