Immaginatevi musicisti, immaginate di ricevere una telefonata dal direttore artistico della rassegna Musica Insieme che vi chiede la vostra disponibilità per un concerto con musiche di Mozart: io non sono così certa che anche voi avreste scelto lo stesso programma che abbiamo ascoltato lunedì 9 dicembre al Manzoni, dopo aver letto in una cronaca del tempo che “altre composizioni reggono anche se suonate mediocremente”, ma il primo quartetto per pianoforte no.

E invece, grazie a questa scelta temeraria, ma consapevole, i presenti al concerto sono stati partecipi di una vera e propria reificazione dello spirito mozartiano. Autori del “revival” sono stati quattro interpreti d’eccezione: il pianista Andrea Bacchetti e il violinista Gabriele Pieranunzi, entrambi spesso esecutori e riscopritori di repertori ricercati, e tre raffinati cameristi come Fabrizio Falasca, Francesco Fiore e Giovanni Gnocchi.

Il programma, infatti, non ha lasciato scampo: i due quartetti con pianoforte e un concerto per pianoforte e orchestra, “deliziosi cammei”, come li ha definiti il maestro Pieranunzi, ci hanno mostrato il Mozart che si cela dietro quella patina di semplicità cui siamo soliti associarlo, mentre il trio di Schubert, che l’autore ha lasciato incompiuto pur avendolo scritto in età giovanile, ha testimoniato l’inevitabile influenza che Mozart ha avuto su tutti i suoi successori.

Il programma è stato presentato come un esempio di virtuosismo dell’intelletto, del timbro e del colore, dagli stessi interpreti, che hanno così rotto la quarta parete del musicista, cosa che gradisco sempre molto: rende partecipi gli ascoltatori del viaggio che stanno per intraprendere e accorcia le distanze tra palco e platea.

Il concerto ha avuto le sembianze (e quasi la durata) di una maratona mozartiana: l’incipit è stato riservato al Quartetto con pianoforte n. 1 in sol minore KV 478, con quell’inizio perentorio e deciso, nella tonalità usata dal compositore sempre con intento drammatico; un ingresso in medias res nel mondo sospeso della musica, creato in modo impeccabile dagli interpreti sulle note dell’autore. L’atmosfera era tanto sospesa e magica che la suoneria di un cellulare nel bel mezzo dell’Andante ha funto quasi da epifania: una sgradevole immissione di realtà nell’aldilà musicale. Tanto che anche il maestro Gnocchi ha riservato al suo pubblico uno sguardo rassegnato e come deluso che qualcuno avesse anche solo per un istante rotto l’incantesimo.

Di seguito, il quartetto si è ampliato per suonare il Concerto per pianoforte n. 8 in do maggiore KV 246 Lützow-Konzert nella trascrizione per quintetto con pianoforte di Ignaz Lachner, una delle prime composizioni dell’autore.

Dopo l’intervallo, invece, è stato il momento di saggiare cosa Schubert avesse imparato dal Maestro con l’Allegro del Trio per archi in si bemolle maggiore D 471: un brevissimo brano che rispetta la forma-sonata classica, ma ha già quell’atmosfera rarefatta data dai numerosi cambi armonici. Il finale è stato assegnato al Quartetto con pianoforte n. 2 in mi bemolle maggiore KV 493: che sia un pezzo speciale lo fa intuire il fatto che sia oggetto dell’unica registrazione di repertorio da camera voluta eseguire da Arturo Benedetti Michelangeli.

Il pubblico ha sicuramente apprezzato la maestria degli interpreti, a cui ha riservato, tuttavia, prima e dopo il bis (l’Allegro aperto del Concerto), applausi un po’ stanchi probabilmente per via dell’orario. Il quartetto-quintetto-trio, infatti, si è mostrato molto affiatato e unito nell’esecuzione, che, pur mettendo in luce aspetti spesso poco illuminati dagli esecutori di Mozart, ha mantenuto il carattere leggero che gli è comunque proprio, nell’intento comune di tramandare i messaggi di verità e bellezza celati dal compositore nella sua musica.

Da segnalare è una breve e fulminea apparizione del Maestro Bacchetti in Conservatorio il giorno dopo il concerto: ben coperto contro il freddo e armato di valigia, non ha di certo cercato di farsi riconoscere, tutto preso com’era dal bisogno di trovare un pianoforte.

Che quegli occhi così vispi e allegri nascondano qualcosa dello spirito mozartiano, almeno quello di enfant prodige dell’Amadeus di Forman, dato che il pianista è noto per le sue capacità musicali fin da quando aveva 5 anni?

Roberta Rimondi