“Il jazz durerà fintanto che le persone lo ascolteranno attraverso i loro piedi invece del loro cervello”

John Philip Sousa (1854-1932)

Jazz. Palude. Due parole a prima vista lontane, eppure così vicine. Nelle mangrovie del Mississippi, intrisi nella sofferenza, schiavi africani di cultura Sudanese e Bantu portarono dal proprio continente ritmi nuovi, strani, considerati selvaggi dai popoli occidentali. Lo swing, come venne definito successivamente, delle culture centrafricane, e le poliritmie percussionistiche dei Bantu. Quello che più tardi verrà definito jazz nasce dalle paludi, e dal sangue e dalla ribellione di migliaia di innocenti. Il jazz di New Orleans era uno delle tante molecole che componevano il grande intreccio musicale di quella straordinaria, vitale, anche se povera e disperata, realtà della capitale del Mississippi. Prese da ognuna di queste molecole, il jazz. Semplicemente perché è contaminazione, espansione, futuro. È corpo, carne. Semplicemente nato tra la gente e per la gente. Non per gli intellettuali da teatro.

Se il jazz nasce dalle paludi, è anche vero che il jazz stesso è una grande e sconfinata palude. Ci si può facilmente perdere, in tutta la sua sconfinata varietà, valida o meno valida, e il jazz a Bologna non sfugge a questa considerazione. La realtà è vasta, oramai di nicchia, ma ben visibile e calda, se si sa dove guardare. Arrivando in via Ugo Bassi, si può per esempio scegliere di svoltare a sinistra, in via Nazario Sauro, oppure tornare indietro, verso via Lame, proseguendo fino a via Carracci. Per iniziare opteremo per la prima scelta…

È un mercoledì sera. Percorriamo Nazario Sauro, fino a quando non ci ritroviamo nel mezzo di un insieme di persone per strada: chi sta con una birra in mano, chi con la sigaretta, chi semplicemente parla e basta. Sono tutti davanti a una vetrata, recante la scritta Altrospazio. E lo è, infatti. Uno spazio al di fuori del consumo musicale spensierato e inconsapevole, così come del più distaccato intellettualismo da salotto. La massa corporea è ingente, chiassosa seppur rispettosa. È quel brusio che accompagna il jazz ai confini delle strade brune e buie delle metropoli, e dei lamenti inascoltati delle piantagioni. Quelle voci ronzanti che commentano e ascoltano la musica, lasciandola poi libera di manifestarsi. E quando la musica si manifesta, sono i corpi a danzare. Le teste ondeggiano di fronte alla forte peculiarità stilistica offerta dal locale, gestita per quanto riguarda il jazz dal chitarrista Biagio Marino, ogni mercoledì sera. Sempre caratterizzante, mai banale, fresca, a volte pretenziosa, ma sempre evoluta. Il jazz proietta sé stesso nel futuro, e la musica dell’Altrospazio parla spesso di futuro, come le note dei Nuwa, e del Bj Jazz Gag Trio. Che dire poi delle Jam Session? Lo spazio esiguo e il palco angusto obbligano la più totale vicinanza tra musicisti e pubblico, che in serate di forte accoglienza sembrano quasi fondersi. Trasudano vita, queste Jam. L’energia della carne e dell’anima di chi suona abbraccia la carne e l’anima del pubblico. Uno scambio continuo che è viva ricchezza, seduzione, e amore. Hai forse timore o poca voglia di questo abbraccio? Puoi sempre uscire, con una birra in mano, o una sigaretta tra le labbra, o semplicemente per parlare. La musica del resto, appartiene all’aria, e non ai giudizi della gente.

Scegliamo ora, invece, di tornare verso via Lame, fino a via Carracci. Poco più in là di un vecchio binario morto, ci appare un locale che prende il nome da quella vicina infrastruttura: Binario69. Questo Binario è però tutto, tranne che morto…

Una strana follia pervade il Binario. Una follia vulcanica, pervasiva e inclusiva, e quindi armonica. Più grande dell’Altrospazio, ma sempre ristretto alle dimensioni del piccolo club di natura popolare (mai in senso dispregiativo), il Binario è spesso affollato di una magica allegria, che si confonde tra le pieghe sonore di una parata musicale sempre di grande valore. Anche qui la musica è ricercata, raffinata, sottile e anche energica. Questa raffinatezza non si traduce però in esclusività snob. È calda, affettuosa, e non può far altro che sprigionare piacere, tesa a una ricerca che può andare dal propulsivo afro-beat di Lisa Manara, alle estatiche visioni di Pasquale Mirra, per poi sfociare nell’energia più graffiante e sanguigna, come nelle Jam Session del venerdì sera. È anche attento, il Binario, sempre alla ricerca di novità autoriali nascoste, per regalarle all’empatia spesso sincera del pubblico, come nel caso di The Sleepers, o Giacomo Toni e tanti altri.

Termina qui la prima tappa del nostro viaggio. Qualcuno potrebbe obiettare sul fatto che abbia parlato più di emozioni, e quindi di soggettività, che di oggettiva parafrasi musicale. Non dimentichiamoci però che stiamo parlando di jazz, e il jazz è un regalo sofferto di uomini e migrazioni. Il jazz nasce dall’incontro di un individuo con altri sconosciuti che possono anche parlare lingue diverse, ma che si coinvolgono nel nome della Musica. Nel jazz ogni singolo gesto è espressione unica e irripetibile, seppur riproducibile, di quell’unico individuo. È improvvisazione, libertà e conoscenza. È emozione umana, e abbandono. Corpo e anima. Il jazz è questo, e non potrà mai essere nient’altro.

(#1 – continua)

Riccardo Bianco

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