Un regalo in forma di incontro musicale

Patria: come quella bolognese riunita in gran numero che l’associazione culturale «Incontri esistenziali» ha voluto omaggiare con questo regalo di Natale.

Cuore: come quello dei tantissimi, almeno 1300, in fila la sera del 5 dicembre, alcuni anche da prima delle 20, per potersi assicurare un posto nell’Auditorium Manzoni (purtroppo almeno un centinaio senza riuscirci).

Teatro Auditorium Manzoni, Bologna

Melodia: come quella semplice, con ritmo puntato, ma quasi esitante, che orchestra e pianoforte si passano durante il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore, op. 30 di Rachmaninov, e che l’ascoltatore può divertirsi a ritrovare come fosse una bussola che guida durante il percorso; tanto “elementare” che qualcuno l’ha scambiata per un canto popolare russo, ma che l’autore dice essersi scritta da sola. La purezza di questo tema, però, esposto dal pianoforte per la prima volta all’unisono da mano destra e sinistra, con una semplicità in vera antitesi rispetto al resto del brano, è stata spesso oscurata dalla fama di pezzo più difficile nella storia del pianoforte che la composizione si porta dietro, e che il film Shine non ha fatto che aumentare.

Tanto che proprio come tale è stato presentato anche dal maestro Ravaioli, lo stesso che ha voluto guidarci con queste tre parole che da chiave del concerto si sono fatte chiave di tutta la serata, perfettamente equilibrata tra presentazioni, poche e tutte necessarie, e musica, molta e bella. Preceduto da Francesco Bernardi, presidente dell’associazione culturale «Incontri esistenziali», il maestro Ravaioli ha introdotto il pubblico all’ascolto del concerto con aneddoti sul compositore e senza soffermarsi in tecnicismi musicali che probabilmente avrebbero allontanato i più, ma certamente soddisfatto gli intenditori presenti in sala, che hanno comunque potuto usufruire del depliant fornito all’ingresso. Unico avvertimento: il brano è sì in tre movimenti, ma tra il secondo e il terzo non c’è soluzione di continuità.

La serata è stata presentata proprio come un incontro in grado di cambiare un’esistenza, in questo senso esistenziale, perché può “risanare ferite”, compito della musica secondo il compositore russo, o aprirne di nuove, secondo la teoria tanto in voga oggi per cui aprire ferite è semplicemente il primo passo per risanarle.

Il primo a trarre giovamento da questo concerto, infatti, era stato lo stesso Rachmaninov durante la sua composizione, nel 1909, ritrovando la pace dopo un esaurimento nervoso. Ad eseguirlo per la prima volta fu proprio lui, esattamente 110 anni fa, il 28 novembre 1909, a New York.

Quando la parola è passata alla musica, di parole non c’è stato bisogno: l’ormai celebre, con ottime ragioni, Orchestra Senzaspine diretta dal Maestro Ussardi, e il pianismo monumentale di Rachmaninov, una sfida che non tutti i grandi pianisti si sono sentiti di affrontare, hanno catturato l’uditorio. Pietro Beltrani, invece, la sfida del Rach 3 l’ha accettata e pare anche l’abbia vinta con un enorme successo, a giudicare dagli applausi della platea, in buona parte in piedi, che lo ha richiamato sul palco per almeno sei volte, riuscendo a guadagnarsi ben tre bis. L’orchestra e il suo direttore hanno dimostrato ancora una volta grande professionalità, per loro mai scissa dall’impegno sociale, coprotagonista, insieme alla musica, del concerto. Anche se certamente la posizione laterale molto vicina al palco non ha aiutato la percezione, l’insieme sonoro, i colori e i timbri sono sempre risultati lirici e avvolgenti. Il solista è stato certamente all’altezza della situazione, dimostrandosi un eccellente virtuoso del pianoforte, come preteso dalla partitura del concerto e dai bis scelti, e diventando la star di una serata da lui vissuta come “coronamento di una vita spesa per la musica”. Tuttavia, qualche volte è parso che l’intreccio delle note prendesse il sopravvento sull’interprete, a discapito della musicalità. Rimane, quindi, un unico dubbio: Beltrani è riuscito a soddisfare il volere del compositore, e cioè a cantare la melodia “come l’avrebbe cantata un cantante”? Questo perché non si vorrebbe che il canto passasse in secondo piano rispetto alla tecnica. Quello di cui si può essere certi è, senza dubbio, il successo della serata, per la quale non si può che attribuire il merito, oltre che agli interpreti, agli organizzatori tutti, e in particolare all’associazione «Incontri esistenziali», nata tra quattro amici che si interrogavano sul senso dell’esistenza, e che hanno scelto di rispondersi con serate come quella di ieri: certamente una risposta azzeccatissima.

Roberta Rimondi

Circolo del pogo al teatro Manzoni: Rach 3 o concerto metal?

Folli file di feroce folla fiancheggiano via de’ Monari, percorrono via dell’Indipendenza, continuano fino a via Rizzoli. Signore “bene” imbellettate, signori panciuti incappellati, all’apparenza così composti, dall’aspetto quasi nobiliare, si abbandonano ben presto a un delirio demoniaco per accaparrarsi un posto all’esecuzione del famigerato Rach 3. In questo scenario post-apocalittico, impensabile persino per il più grande dei Festival metal europei, veniamo spintonati e insultati, perché non possiamo passare davanti a una fila di gente di cotale calibro! Non è pensabile che ci siano degli accrediti riservati per questo evento gratuito! Non è giusto che noi abbiamo un posto in platea, mentre persone così pie, con uno stipendio a quattro zeri, che il Rach 3 lo hanno sentito nominare forse la sera stessa del concerto (e non ne siamo nemmeno troppo sicuri), debbano invece aspettare in fila e poi salire in galleria! Ma anche i genitori del pianista, in fondo, chi si credono di essere? Non gli va bene la balconata? Tanto lo sanno come suona il figlio, perché devono rubare il posto alla crème de la crème di Bologna?

Siamo sul punto di andarcene, quando finalmente, con la velocità e la prontezza di lumache cotte al sole, riescono a farci entrare. Le 21 sono già passate da un pezzo, ma il teatro non è pieno che per un quarto, e la strada è ancora fitta di gente. Decidiamo così di recarci un attimo al bagno, per sistemare il rossetto e non sfigurare tra un pubblico di tal stirpe, e scopriamo di entrare di nuovo in un girone infernale: «Pape Satàn, pape Satàn aleppe!». Gli iracondi e le iraconde non riescono a trattenersi dalla rabbia e si accavallano, e scalciano, e si sbranano per il diritto di entrare per primi alla toilette a incipriarsi il naso. Arrivati al cerchio VII, per paura di crollare ancora più in basso, decidiamo sommessamente di tornare ai nostri posti e aspettare con pazienza infinita che si accomodino tutti quanti.

Finalmente, con un’abbondante mezz’ora di ritardo, il presidente dell’associazione Incontri esistenziali, organizzatrice dell’evento insieme a Illumia, si appresta a presentare il concerto, o meglio, si appresta a farci perdere altri dieci minuti pur di sponsorizzare tutti i prossimi incontri, che per di più con la musica classica, per la quale ci siamo mossi, non hanno niente a che fare. Concluso anche questo martirio, è il turno del maestro Ravaioli, che quanto meno ci racconta qualcosa di inerente alla serata: poche parole sul concerto, tanti vaneggiamenti sullo spirito dilaniato di Rachmaninov, per il quale la musica aveva lo scopo di “risanare le ferite”.

Ora, il nostro stomaco comincia ad avere una ferita piuttosto importante, un’ulcera in via di perforazione, e con ormai poca speranza e tanto sonno ci apprestiamo all’ascolto. Finalmente le grida rabbiose si placano e a parlare resta solo la musica: incredibilmente veniamo incantati da quel tema in Re minore così famoso, quanto ogni volta sorprendente. La nostra sfiducia, che si è sempre più radicata nell’ora di attesa, improvvisamente si dilegua e siamo catturati dalle note di Pietro Beltrani, giovanissimo pianista della nostra regione, adeguatamente supportato dall’Orchestra Senzaspine, diretta da Tommaso Ussardi. Nonostante le uniche due prove avute a disposizione, di cui una addirittura il giorno stesso del concerto, solista e orchestra risultano molto precisi e con un suono caldo e travolgente, le scelte musicali sono state accuratamente concordate e si percepisce un amalgama di suoni allo stesso tempo uniforme e distinto. Il pianista affronta con estrema naturalezza anche i passaggi più ostici di quello che è stato definito “il brano per pianoforte più difficile che sia mai stato composto”; non abbandona mai la brillantezza del tocco, nemmeno nel terzo tempo, che decide di staccare, con grandissimo coraggio, a una velocità quasi folle. L’unica pecca che possiamo trovare, proprio per cercare il pelo nell’uovo, è che in alcuni momenti veniva sovrastato dall’orchestra, avrebbe forse potuto azzardare un po’ di più sul suono, per quanto l’acustica in platea nel teatro Manzoni in ogni caso non aiuti.

Rimaniamo comunque a bocca aperta, sia per la pulizia dei tecnicismi, sia per la bellezza delle melodie, del pianoforte come dell’orchestra, e non possiamo far altro che applaudire fragorosamente, nella speranza di accaparrarci qualche bis. Pietro Beltrani, commosso per la caldissima accoglienza, rientra in scena più volte e ci esegue ben tre preludi di Rachmaninov. Nonostante la stanchezza estrema, per aver affrontato due giorni di prove e un concerto così estenuante, ci regala anche queste piccole perle altrettanto ben eseguite e ben accolte.

Il pubblico ora è più calmo, e ci possiamo avviare in tranquillità verso l’uscita, canticchiando nella mente le bellissime melodie appena udite. Davvero un concerto piacevole, che però non ci sentiamo di affrontare nuovamente per la spiacevole organizzazione. Costava molto pensare a un sistema di prenotazione dei posti, pur trattandosi di un concerto gratuito? Con poco, la serata sarebbe stata molto meno tesa, nessuno avrebbe dovuto fare file invano, e, soprattutto, sarebbe stato più rispettoso nei confronti degli interpreti, che in tutto ciò hanno avuto solo meriti e nessuna colpa.

Elena Cazzato