Bologna Modern: dal Novecento alla musica d’oggi

Edizione interessante, davvero ricca di contemporanea e di proposte insolite quella del “Bologna Modern 2019” – due appuntamenti sul trascurato Kagel con l’integrale pianistico e la “messa in scena” di Match per due celli, le prime assolute dei “giovani” compositori Vittorio Montalti, Pasquale Corrado e Federico Gardella e quella di Sinopia di Alessandro Solbiati; una sfilza di concerti affidati alle realtà e agli interpreti più interessanti del territorio e di nomi notevoli quali Lubomyr Melnyk, Elicia Silverstein, Daniele Roccato, Asher Fisch, Marco Angius; nonché simpaticamente dislocata tra più luoghi della città – il Comunale, il Manzoni, le Torri dell’Acqua di Budrio, il Teatro dell’Abc, l’Oratorio di San Filippo Neri, il MAMbo. L’unione fa la forza, così la rassegna è stata possibile grazie al contributo di Musica Insieme, FontanaMIX Ensemble, MAMbo Museo di Arte Contemporanea, oltre che, ovviamente, del Teatro Comunale.

Il Bologna Modern è stato innanzitutto una occasione molto utile per la consapevolezza. Di cosa direte voi. Di interi linguaggi e repertori. In un mese di concerti di musica dal novecento ad oggi, infatti, si può fare una esperienza di ascolto assai varia. Per quanto riguarda i programmi più specificamente novecenteschi, in effetti, è meglio parlare di conoscenza, anzi di lacune che vengono colmate. La consapevolezza, invece, ha una ragione più presente ed è legata alla fruizione della musica veramente dell’oggi. Perché bisogna dirlo con chiarezza: non si può perdurare nella ingiusta semplificazione che accorpa il novecento alla nostra epoca, oramai proiettata verso un terzo decennio del nuovo secolo. E anche questo indistinto parlare di novecento… quanto è riduttivo! Quanti “novecenti” abbiamo avuto in un secolo e anche simultanei!

I tre concerti a cura di FontanaMIX Ensemble, di cui uno in collaborazione con In.Nova Fert, la performance di Lubomyr Melnyk, la serata del Collettivo Minus, andavano tutti in tal direzione, incentrandosi quasi integralmente su opere di compositori viventi.

Ma l’opera più apprezzabile del festival bolognese è stata prevedere spazi dedicati a prime assolute per permettere davvero al pubblico di farsi un’idea, parziale ma effettiva, sulla contemporaneità, altrimenti immaginata dall’opinione comune come una silenziosa tabula rasa. E quanto bisognerà lavorare per smontare questa menzogna! Intanto i concerti sinfonici del 3, 10, 26 e 30 ottobre hanno fatto da buoni precedenti.

Tacerò sulla scelta di accostare queste prime con un revival di brani della Generazione dell’’80 – per il puro gusto di un forzato parallelismo anagrafico – il cui interesse sembrava più di sciovinismo musicologico che altro.

Certamente, ad esempio, la sera del 3 ottobre, molto più interessante era la prima del piccolo brano del giovane Montalti. Nettamente bipartito, la prima sezione si incentra tutta su una sorta di lotta furiosa tra forti gesti orchestrali e un impazzito set di percussioni. Peccato che il risultato sia, almeno all’ascolto, davvero indisciplinato. A onor del vero, credo che c’entrasse anche un po’ lo zampino magico dell’Orchestra del Comunale, che, diciamo così, spesso e volentieri dà il minimo sindacale. La seconda metà del pezzo invece si pacifica in una situazione più d’atmosfera, che è nettamente più riuscita e anche con begli spunti.

Degno di lode anche aver affidato le sorti di queste musiche neonate alle cure di bacchette pregevoli come Yoichi Sugiyama, Asher Fish e Marco Angius.

Il 10 ottobre ha debuttato sotto la direzione dello stesso autore, Macbeth alone di Pasquale Corrado, una azione scenica in un atto. Il lavoro vuole inscriversi nella renaissence del genere operistico, sennonché dell’opera ha ben poco. E non penso tanto alla presenza solitaria di un unico personaggio – d’altronde caratteristica esplicitata persino nel titolo – né al fluire continuo che ignora numeri chiusi – non sarebbe assolutamente sufficiente – quanto a una azione drammatica sostanzialmente priva dei grandi sommovimenti che dell’opera sono il motore. Nel delirio di Macbeth messo in scena, infatti, non si notano sostanziali crescendo emotivi, se non fosse per l’unico vero cambio di scrittura a tre quarti del lavoro, sorta di grande arioso in cui sia la linea vocale sia l’orchestra si abbandonano ad accenti più dimessi. Ciò non significa che il lavoro non sia piacevole, anzi. Corrado tratta l’orchestra con grande equilibrio, specialmente in rapporto alla voce, anche se entrambe forse stazionano nella generale staticità espressiva. A ogni modo, non escludo che fosse questa impressione a essere volutamente ricercata e, d’altronde, concorde con la interpretazione che di Macbeth si aveva sul palco.

Il purtroppo semideserto Teatro Comunale per la prima di Corrado, è stato parzialmente vendicato dal numero decisamente più lusinghiero – ma non eccezionale – di pubblico al Teatro Manzoni per la prima di Sinopia di Alessandro Solbiati. La diversa affluenza è facilmente individuabile sia, naturalmente, nella diversa fama del maestro, sia perché il concerto rientrava nella rassegna sinfonica in abbonamento. E direi che quest’ultimo motivo indichi in modo abbastanza inequivocabile quale sia la via da seguire in futuro. Scritto per grande orchestra, con un imponente set di percussioni e altisonanti interventi degli ottoni, il brano porta su di sé la traccia evidente di una mano esperta.

Kyklos di Federico Gardella non era in prima esecuzione assoluta, ma comunque è un brano molto recente (2011). Alle spalle nasconde una riflessione sul tempo nella sua doppia e coesistente percezione ciclica e lineare. La ciclicità è facilmente individuabile nelle arcate brevi e intensificanti che costruiscono la respirazione di questo brano. Con una scrittura nitida per l’orchestra – priva dei sovraccarichi timbrici e gestuali cui spesso si carica la musica contemporanea – Kyklos avanza, passo dopo passo, misurandosi su suggestivi crescendo e parossistici diminuendo, quasi fino a veri e propri vuoti di suono, tutt’altro che imbarazzanti. Questo diaframma, in cui viene restituita come l’idea di una risacca marina, trova poi una trasfigurazione nelle sonorità soffiate e ventose evocate con effetti degli strumenti nella coda finale, in cui l’aria salmastra si sprigiona inequivocabile. Non credo di abusare troppo della fantasia dando una veste così azzurrina a questa composizione: l’autore stesso sembra non essere estraneo a questo immaginario, a valutare dai titoli di molte sue opere: Improvvisi silenzi di conchiglia, Memorie di tempesta, Tempo imperfetto delle maree, Cinque cori notturni sotto la costa, Nebbiae.

Diego Tripodi

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