In una serata di lieve pioggia, la gente ben vestita e abbottonata nelle proprie giacche posate, trova il tempo e la voglia di uscire di casa, dirigersi al Teatro Auditorium Manzoni, e sedersi sulle sue comode poltrone. Quella serata, il 2 dicembre, la cornice è la rassegna Musica Insieme, la quale, all’interno del suo programma, propone esclusivamente musica classica. Tranne quella sera, in cui sul palco esteso e avvolgente dell’Auditorium, va di scena il Jazz. O meglio, il pianoforte jazz di Brad Mehldau, considerato a ragion veduta uno dei più grandi sulla scena mondiale.

Tutto esaurito, o quasi. Un parterre gremito di algide sagome abbonate al teatro. Fino a che non entra il musicista, il vero protagonista della serata. Perché deve parlare la musica, in fin dei conti, e noi di musica dobbiamo parlare.

Brad Mehldau prorompe sulla scena col suo viso scavato e il fisico slanciato. Ha un carisma naturale, e un’aria innata da artista. Sembra un pittore, per la precisione. Si siede al pianoforte, posa le dita sulla tastiera bicolore, e suona. Parla. Dipinge. Con delicatezza. Le figure sprigionate nell’aria sono tenui, ovattate ma mai noiose, tutt’altro. Possiedono al contrario la candida morbidezza di una ninna nanna. È un pittore prodigio in questo momento, Brad Mehldau; un bambino euforico come il protagonista della sua tela. Le sincopi, idioma peculiare del jazz, e gli accordi pieni di tensioni armoniche sprigionano l’essenza della curiosità infantile, mentre i cluster sparsi qua e là danno voce alla goliardia del bambino. Il fraseggio improvvisato, poi, si arricchisce via via sempre più, e allora il bambino comincia a correre lungo il sentiero tracciato dai sogni, e non vuole mai più tornare indietro.

Lo spettatore, terminata la visione uditiva (perdonate la sinestesia), può ora passare al secondo dipinto, ritrovandosi fagocitato nel bel mezzo di una metropoli, malinconica e sospesa nell’ipocrisia della sua grandezza. Emergono qua e là spunti ed echi di Gershwin, grande e storico narratore della moderna società americana. Ecco, però, nel cuore di quel grigiore, la storia di una coppia. Due amanti perduti in quel silenzioso assoluto. Tutta la città li guarda, ma loro tutto vogliono, tranne che essere visti. La mano di Mehldau sale e scende lungo i pendii dei registri timbrici estremi della tastiera, e ciò scolpisce nella memoria, e lungo la schiena, dei brividi scoppiettanti. Il pianoforte grida nell’acuto e muore nel grave. La gloria dell’amore, contro il dolore della scomparsa, e il rimpianto dell’oblio. E la coppia sparisce…

Ci vorrebbe un respiro. Un istante di pausa fuori dal vortice di visioni. Il jazz, però, non dorme. Appartiene alla notte, e nella notte trova il suo oscuro godere. Mehldau incornicia sulla parete immaginaria i movimenti ondeggianti, carichi di sesso e swing, di una banda di paese americana. La gente che la popola salta e si aggroviglia come liane. È povera, condannata, ma esorcizza la vita con la frenesia del ballo. Il fraseggio ancorato alla parte grave, fiondato verso le orecchie sia con la mano destra sia con la sinistra, incarna la pesantezza della terra, macchiata di sangue e sudore. Poi una sventagliata, un bagliore, e la sinistra scivola catapultandosi verso gli acuti. £ il vento selvaggio di un orgasmo popolare. È il jazz. La sua realtà, e la sua violenza cruda. Mehldau discende di seguito lungo una scala pentatonica, posandosi a metà tastiera. L’intricata baraonda divora le viscere e sconquassa il suolo, ma i signori imbellettati del pubblico sembrano non accorgersene. Rimangono lì, impassibili, col dito intellettuale adagiato ritto sulla guancia. Pazienza…

Il racconto musicale pare infine estinguersi. La folla bandistica ha goduto, e ora si riposa. La mano del pianista si distende sulle note gravi e colme di armonici. È solo un’illusione, però, una pausa, perché la festa ricomincia, per andare avanti nell’eternità. Altri racconti, altri quadri si susseguono. La mano sapiente e funambolica di Brad Mehldau è tagliente, ispirata, slanciata e ironica. Appaiono pennuti starnazzanti, poeti maledetti e inascoltati, battelli su fiumi solitari, con Mehldau che si attorciglia su sé stesso come Bill Evans, e dondola drogato di estasi come Keith Jarret. Non il pubblico però, che alla visita di quella pinacoteca invisibile rimane inerte. Che sia anch’esso in preda all’estasi, o a una duratura sindrome di Stendhal? Chi lo sa? Più probabile è, invece, che un pubblico abbonato e abituato a ben altro repertorio, veda il musicista jazz aldilà di una parete impenetrabile, quando è invece questo il genere delle mescolanze, e della condivisione, sia fisica che emozionale. Alla fine, però, siamo qui per giudicare l’artista, dal piccolo delle nostre, o meglio mie, opinioni. Perché sempre di opinioni si tratta, e parlare di giudizi è forse anche scorretto. In ogni caso, non possono che essere solamente applausi, così come quelli che il pubblico ha riservato abbondantemente. Piccolo neo, ma forse dettato da una mia ignoranza di prassi performativa, il gesto reiterato per ben quattro volte da Mehldau. Alzarsi dallo sgabello, inchinarsi, uscire di scena per un secondo, massimo due, rientrare, sedersi nuovamente e suonare. Finito il brano, ripresa del ciclo precedente. Sottigliezze di un artista divenuto in quel momento uomo, e che quindi esula dal nostro parere. Ciò a cui si è assistito è stata la ricerca e il linguaggio di un artista immenso di un genere che va ballato… non contemplato.

Riccardo Bianco

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