Un viaggio nel Tardo-Romanticismo: Mauro Valli racconta il Quartetto op.60 di Brahms

Giovedì 28 dicembre 2019, ore 21. La Net Service Digital Hub, con tutti i suoi spettatori all’interno, sale sulla macchina del tempo e si catapulta nel 1875. Da un lato vediamo Paul Cézanne che si interroga sulla fugacità e sulla leggerezza dell’impressione e che scava sulla tela alla ricerca della verità degli oggetti, dall’altro scorgiamo un maturo Brahms, intento a tormentarsi sulla scrittura della sua prima Sinfonia. Sopra di noi, tanto invisibile quanto percettibile, aleggia uno spirito: è Ludwig van Beethoven, assente ma onnipresente. Così si apre il terzo appuntamento dei ‘go Bassi Concerts, con un volo pindarico alla fine del Romanticismo a cura del Maestro Giuseppe Fausto Modugno.

Una volta ambientati, siamo pronti per ascoltare lo Scherzo per pianoforte e violino e il terzo Quartetto con pianoforte di Brahms, eseguiti da Mauro Valli (violoncello), Marina Molaro (viola), Alberto Bologni (violino) e Giuseppe Fausto Modugno (pianoforte). Sono pagine estremamente drammatiche, non a caso scritte in tonalità di Do minore, a simboleggiare la sofferenza e il tormento che pervadono lo spirito del loro compositore. Nel 1875, infatti, Brahms sta per concludere la sua prima Sinfonia, dopo venti anni di ripensamenti e limature, e intanto riprende in mano questo Quartetto, scritto in epoca giovanile e poi infarcito di elementi più maturi. In lui si scontrano con forza lo spirito classicista, che impone una forma e una regola a queste composizioni, e lo spirito romantico, che sfugge e inserisce a sorpresa aneliti di sofferenza, ma soprattutto Brahms stesso si scontra con il suo più alto predecessore, Ludwig van Beethoven, Padre indiscusso della musica tedesca. Gli elementi che ricordano la sua Quinta Sinfonia, infatti, sono svariati, primo fra tutti la citazione continua del famosissimo frammento ritmico iniziale.

Per scavare ancora più addentro a questo splendido concerto, la redazione di Chorus ha voluto intervistare Mauro Valli, violoncellista del quartetto, nonché docente di musica da camera del nostro Conservatorio.

Qual è stata la genesi della vostra formazione?

Penso che il desiderio sia nato principalmente dal pianista, Giuseppe Modugno, di ricreare una collaborazione “antica” che era nata ai tempi in cui eravamo entrambi studenti in questo Conservatorio (N.d.R. Conservatorio “Giovanni Battista Martini”, Bologna). Prima del diploma collaborammo suonando una Sonata di Brahms, ma ci perdemmo subito dopo il termine degli studi, ritrovandoci solo in qualche occasione, senza più suonare insieme. Anche con Bologni, il violinista, ci fu una collaborazione negli anni ’90, sia in quartetto che in quintetto. L’anno scorso ricevetti un messaggio da parte di Modugno che chiedeva una mia partecipazione a un suo progetto, Conoscere la Musica, che prima veniva ospitata proprio in Sala Bossi; era molto titubante perché era consapevole che mi dedicassi principalmente alla prassi barocca, ma la risposta è stata subito positiva: era un’occasione per rivedere dei miei cari colleghi e amici.

Quindi la formazione era già rodata, vi conoscevate musicalmente?

Assolutamente sì. Con Modugno abbiamo suonato poco, soprattutto nel nostro periodo da studenti, ma con Bologni abbiamo collaborato davvero tanto, viaggiando in tournée per tutta Europa. Mi piace considerarla quasi come una rimpatriata, in chiusura di carriera, dopo averla appunto iniziata insieme. L’ambiente di lavoro è stato sicuramente stimolante e sereno: eravamo tutti molto felici di ritrovarci in una circostanza del genere, è stato molto commovente.

Per quanto riguarda il programma del vostro concerto, com’è stato approcciarsi alla musica di Brahms? Sappiamo che viene definito “il più classico dei romantici”, e questo spesso porta a una difficoltà dal punto di vista esecutivo.

Beh, questa domanda è per me un invito a nozze (ride)! Essendo uno specialista del Barocco, sono uno strenuo sostenitore della retrospezione storica, e Brahms era palesemente un convinto bachiano. Tutto ciò si evince dalla sua scrittura, questo continuo ed esasperato richiamo all’antico è troppo importante per essere ignorato e bisogna sempre considerarlo e tenerne conto in sede di prova. Ci sono tanti elementi, anche strutturali, che si ricollegano nello specifico alla dimensione bachiana, più che barocca; sicché abbiamo lavorato sul Quartetto op. 60 sottolineando questi collegamenti, che nella rielaborazione appassionata e intensa di Brahms sono stati certamente trasfigurati, ma restano così evidenti che è impossibile ignorarli. Un esempio tra tutti, la chiarezza del contrappunto: sono dell’opinione che questa musica vada trattata, forse esagerando, come se ancora fosse musica barocca, evidenziando questa costante eco di cui Brahms ha fatto incetta, esprimendolo poi secondo i propri mezzi e gusti personali tipici di un uomo di fine ‘800.

La forma del quartetto con pianoforte differisce in maniera fisiologica da quella del quartetto per archi, tuttavia ha una sua tradizione, certamente non nutrita come quella del quartetto classico, che passa da Mozart, Beethoven, Mendelssohn e arriva addirittura a Mahler. Quali sono le problematiche nello studio di questo tipo di repertorio cameristico?

È una dimensione totalmente diversa, più proiettata verso l’orchestra. Gli archi nel quartetto e nel trio hanno una dimensione sonora più intima e dettagliata verso il piano e il pianissimo: possono permetterselo perché non hanno l’esigenza di combattere con uno strumento come il pianoforte. Quando ti ritrovi in una formazione che comprende i tre strumenti principali dell’orchestra sinfonica, ti rendi conto che il tuo modo di suonare deve virare più verso l’orchestrale che verso il “semplice” camerista. Noi archi, ancor più nel quartetto con pianoforte che nel trio, dobbiamo avere una base sonora molto consistente. Oltretutto il piano di Brahms non è mai un piano tout court, per il semplice motivo che la scrittura non lo consente.

È difficile quindi interfacciarsi a un pianista in casi come questi?

Lo è! È molto impegnativo, bisogna avere uno spettro dinamico molto ampio ed efficace, che non appiattisca la dimensione sonora. Ciò significa che nei forte e fortissimo è necessaria una modalità d’attacco molto decisa, perché bisogna unire all’emissione sonora anche un po’ di rumore. L’attacco sulla corda aiuta a rendere il dialogo più efficace e contrastato, e si rifà molto alle tipiche pratiche dei solisti in orchestra che necessitano di marcare in maniera molto netta le entrate, che altrimenti rischierebbero di sfumare e impastarsi nella massa sonora, pratica che nel trio e quartetto d’archi non esiste tassativamente, poiché il lavoro di raffinatezza sta proprio nella condotta dell’arco. Il piano di un arco con un pianoforte di Brahms equivale ad un mezzoforte nel quartetto. Non possiamo permetterci quel grado di delicatezza, con la fatica fisica che ne comporta: ho rotto diversi crini in concerto, c’è da sudare un po’!

Durante il concerto abbiamo ascoltato per ben due volte una forma che a Brahms era molto cara: lo Scherzo. È noto tuttavia che il papà dello Scherzo fu Beethoven: in questo caso, la retrospezione storica è ancora utile?

Direi che lo Scherzo brahmsiano è un’innovazione, un’evoluzione. Sicuramente rispetto a Beethoven ha preso una tangente inaspettata nel panorama ottocentesco, e scavando ancora indietro dobbiamo pensare che lo Scherzo, prima che fosse codificato totalmente a inizio ‘800, era inserito a fine programma per alleggerire e smorzare un po’ la condotta magari pesante della Sinfonia o del Quartetto. In questo caso quindi sì, bisogna tenere conto dell’apporto che Beethoven ha donato alla forma dello Scherzo, poiché Brahms non ha fatto altro che seguire il percorso tracciato dal suo padre musicale e andare oltre. Lo Scherzo brahmsiano è tremendamente più complesso di quello di inizio Ottocento, e Brahms ha soppesato questa eredità beethoveniana più e più volte nella sua vita: compose la sua prima sinfonia nella tarda maturità proprio perché il dubbio che lo affliggeva era su cosa scrivere, dopo che la Sinfonia era stata così sviscerata e innalzata da Beethoven. Presentarsi in teatro con una Sinfonia ha avuto un effetto pauroso sulla psiche di Brahms, e il suo confronto continuo con il suo predecessore non ha fatto altro che assecondare l’evoluzione naturale della musica tedesca. Un secolo più tardi, mi sento di dire che Brahms si è guadagnato sicuramente il suo posto nell’Olimpo dei musicisti.

Sulle dolci note dell’Andante del Quartetto op.47 di Schumann, si conclude anche il bis di questo bellissimo concerto, e ritorniamo a casa, nel 2019, fantasticando avvolti da suoni e colori romantici.

Elena Cazzato & Angelo Zarbo

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