Riso amaro, la Quinta di Mahler al Comunale

Parlate al conducente

Da alcuni anni il Teatro Comunale di Bologna ha intensificato l’interesse per Mahler, fino alla stagione di quest’anno, in cui ben tre sue sinfonie hanno trovato posto in cartellone: dopo la Sesta e la Seconda, giovedì è stata la volta della Quinta, diretta da Dan Ettinger. Le note di sala ci informano che Ettinger è «uno dei direttori della sua generazione più ricercati a livello internazionale» e che per alcuni anni ha ricoperto la carica di assistente di Daniel Barenboim alla Berlin Staatsoper. Devo dire che quest’ultima notizia, osservando la strampalata gestualità del Maestro, mi aveva in un primo momento rassicurato, facendomi ricordare i pregi delle birre berlinesi, di cui si cantano meraviglie – d’altra parte sembra che anche per Brahms il boccale sia stato fonte di ispirazione non minore del pianoforte. Mi sono poi ricreduto, essendo riuscito a cogliere nel Maestro una raffinata intenzione di divulgazione non solo musicale ma, parimenti, di divulgazione scientifica e, nel caso specifico, fisica. Porterò alcuni esempi.

Il primo di questi è la divulgazione sul fenomeno delle oscillazioni pendolari: le lunghe braccia, disposte il più possibile parallelamente, compivano oscillazioni di circa 180 gradi, collegando i due punti di quiete A dei primi violini e B dei secondi violini per mezzo dell’accelerazione intermedia. Il più grosso pericolo era naturalmente quello che la bacchetta si incastonasse in un occhio di qualche violinista, ma la collocazione deve essere stata studiata per permettere all’esperimento di procedere senza intoppi. Il secondo esempio oppone invece alla sinuosità pendolare una dimostrazione dell’accelerazione della massa di un grave in caduta, in cui il grave x (la mano destra), attratto dalla forza gravitazionale, accelera la caduta verso il basso. Per essere chiari, il risultato era quello di un falegname che stesse piantando un chiodo sopra un tavolo, forse implicito omaggio al San Giuseppe del vicino Natale, fatto che, da parte di un israeliano, è anche un bell’esempio di dialogo inter-religioso.

Va da sé che una simile gestualità abbia avuto effetti funesti in orchestra, cui forse deve essere stata anche offerta della birra berlinese o che forse, più semplicemente, non riusciva a cogliere la raffinata congiunzione di divulgazione scientifica e musicale. Soprattutto nei più fitti intrecci polifonici del terzo e del quinto movimento, sembrava che avesse perso un po’ la bussola: forse, ipotizzo, Ettinger ha rimandato le lezioni sul campo magnetico terreste ad altra sinfonia. Il problema di fisica che ha tuttavia maggiormente interessato il Nostro è stato tuttavia una ricerca sui limiti di decibel: deliberatamente, le dinamiche in piano sono state bandite a favore di un forte delicatamente cosparso sulla partitura come zucchero a velo. Ogni ingresso dei piatti era così fragoroso che, per un istante, ho avuto il timore che fosse un espediente per coprire qualche efferato colpo di pistola, come ne L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock; ogni ingresso degli ottoni era per loro un momento di gloria – sono stato sollevato dalla scelta di Mahler di omettere questa famiglia strumentale dall’Adagietto – e devo dire che in certi casi si è raggiunto un certo grado di umorismo, chi sa se volontario o involontario: nel secondo tempo il punto culminante è raggiunto attraverso la triplice iterazione di un segmento ma, essendo già la prima enunciazione avvenuta a tutta forza, per quanto Ettinger si sia sbracciato, a nulla è valso e l’intenzione del compositore è stata vanificata. Questo è avvenuto altre volte e, considerata la carnagione albina del Maestro, mi ha fatto a tratti credere che sarebbe stato il compagno perfetto di Charlie Chaplin e Buster Keaton nel concerto di Luci della ribalta.

Mettendo da parte ogni ironia, è bene chiarire, come si sarà intuito, che il giudizio sul concerto è stato da parte mia decisamente negativo: l’abuso di culmini dinamici ha reso incomprensibile il discorso musicale e lo stesso tono di voce tipico di Mahler sembrava scomparso, dal momento che i raffinati impasti timbrici della partitura sono stati annegati dall’eccesso dinamico delle parti secondarie, facendo sorgere non pochi dubbi sull’accuratezza di studio della partitura. Tutti questi gravi difetti, imputabili unicamente al direttore, non giustificano in alcun modo l’entusiasmo del pubblico. Insomma, contravvenendo alle regole, per una volta parlate al conducente, e magari chiedetegli il cambio.

Alessio Romeo

Mahler, molto Mahler!

Lieto che la simpatia della penna di Alessio abbia trovato la strada per sdrammatizzare sul concerto del 28 sera, perché è una cosa che purtroppo la mia natura seriosa e patetica – sì, come il quartetto e la sonata beethoveniani – non mi consente. Ma cercherò di imparare da lui proprio usando come stampella la sua giusta metafora: bene parlare all’autista, ma questa corriera dove sta andando? È quello che sempre più, con l’amaro nel cuore ancorché in bocca, mi chiedo puntualmente, reduce dai concerti del Teatro Comunale. 

Il Maestro Romeo è oltremodo gentile nell’imputare alla sola e irresponsabile direzione di Ettinger il disastro dell’altra sera; io invece, mi si perdoni anche in questo, ho una rozzezza maggiore e scorgo una sciatteria antica e molto più radicata. 

Infatti, l’approssimazione nell’affrontare il repertorio ha, e aveva nello specifico concerto mahleriano, una inquietante trasversale presenza in orchestra, ossia tra gli strumenti, ma anche nei parametri musicali: fraseggio, colori, qualità dei singoli timbri, disinvoltura, abilità dei soli, adesione al tactus. Tutti erano ai minimi storici. È il sintomo di una stanchezza intellettuale e artistica che si evidenzia troppo spesso e che ha molti motivi, in primis un passato recente (e un presente?) di difficoltà che tutti noi conosciamo e per il quale i maestri d’orchestra hanno tutta la mia appassionata solidarietà. Ma non è più giustificabile questa depressione, l’orchestra di un teatro come quello bolognese merita un riscatto e protrarsi in pressapochismo consuma solo una vendetta sciatta e un cattivo servizio a un pubblico già sciaguratamente abbandonato a se stesso. Sono parole dure, ma sono parole, seppur nel mio infimo oltre che piccolo, di artista: da fratello a fratelli. L’orchestra di un grande teatro non può non essere all’altezza della sublime complessità di una sinfonia di Mahler, è vergognoso.

Quindi, ancora una volta, dove sta andando questa corriera?

La Compagnia dei trasporti dovrà rispondere di tutto questo e l’altra sera, me ne sono andato via dalla platea chiedendomi, ingenuamente forse, come i vertici potessero andare a dormire tranquilli e io no.

Non resta che recitare una filastrocca grottesca passatemi da una cara amica: Mahler! Molto Mahler! E Mozart sai che faccio? Prendo il mio Leoncavallo e me ne torno al mio Paisiello.

Diego Tripodi

1 comment

  1. Considerando le orchestre dell’epoca… che fosse un’esecuzione filologica?
    Scherzi a parte: un disastro. Mahler riesce a correre su quel sottile confine fra kitsch e sublime, e la sua raffinata capacità di mescolare musica da osteria e momenti di lirismo ricco di pathos dà purtroppo il destro a orchestra e direttori per fare un pout-pourrì di fracasso e melensaggine assieme. Peccato, occasione persa per far godere al pubblico quel capolavoro che è la Quinta. Sarà per la prossima?

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