Al teatro dell’Abc

In quanto umani viviamo la necessità di giustificarci all’esistente e di promuoverci positivamente in esso contro il senso di solitudine e spaesamento che il vivere ci procura. È il fio che paghiamo al nostro essere diversamente senzienti. Era ben chiaro al grande antropologo De Martino, che infatti parla di “crisi della presenza”, ossia la crisi che insorge nello scoprirsi inesistenti dinnanzi a eventi traumatici, e di “destorificazione del negativo”, ossia la necessaria astrazione di una situazione, altrimenti immobilizzante, attraverso la rassicurazione del mito, del simbolo e del rito.

Il rito appunto, una prassi che in qualche modo rientra nella stessa natura psicologica dell’uomo. Ripetitività, preordinazione e suggestione vengono naturalmente a essere i meccanismi di ciò che diventa il sacro, ma anche metabolizzati in formule pocket – specie con l’incedere della modernità – per assisterci e sopravvivere nel nostro nevrotico quotidiano. L’occasione sacra si avvale di uno sforzo immaginifico e creativo di gran lunga maggiore che il multitasking rito del giornaliero, e certamente risulta molto più insolito per la nostra sensibilità. È una sensazione di cui, non a caso, si ha testimonianza in frangenti eccezionali, quali le arti. E dunque la musica.

Ogni tanto, nella nostra storia di occidentali, riscopriamo ciò e ce ne invaghiamo. Si cerca allora di sviscerare artisticamente i segreti della ritualità, cercandone il delicato passaggio poetico tra quanto è consapevole e quanto non lo è. È facile che si ponga anche l’accento su quanto c’è di esteriore e di estetizzante in questi comportamenti, una tentazione che è irresistibile per l’artista e a torto è ritenuta un peccato di ingenuità. Altro luogo comune è ricorrere all’aiuto di chi, almeno fino a qualche tempo fa, sembrava ancora più vicino a conoscerne e a padroneggiarne i meccanismi, ossia le civiltà orientali.

Queste e mille altre riflessioni scaturivano, lunedì 25, dal bel programma di concerto ideato da Zero Vocal Ensemble e presentato al Teatro dell’Abc per la rassegna “Songlines” a cura di FontanaMIX Ensemble, uno di quei rarissimi concerti di cui si apprezza il respiro, perché già sulla carta tradiscono un pensiero, un ragionamento, delle idee.

L’interpretazione della serata correva lungo tre lavori che traducono la sfera rituale in musica: tre lavori iconici dei propri autori e di un periodo molto affascinato dall’esoterismo, Sauh I e Sauh II (1974) di Giacinto Scelsi e Am Himmel wandre ich (1972) di Karlheinz Stockhausen; e il recentissimo Hommage à L.S.Senghor (2019) di Paolo Aralla.

Interessantissimo è notare le scelte assolutamente diverse che i tre autori operano muovendosi sostanzialmente nello stesso campo poetico. Scelsi si “accontenta” di affidarsi totalmente al potenziale sonoro e alla forza suggestiva di una cantillazione perennemente in bilico sui fili sottilissimi dell’intonazione microtonale: il fine è creare una ambientazione puramente evocativa, una liturgia fatta di fonemi e di materiale grezzo ma che riverbera, una risonanza di suono puro.

Am Himmel wandre ich, dall’altra parte, vive di un impianto intellettualistico incredibilmente sofisticato. Oltre ad espandere la suggestione con una componente scenica, che si carica di simboli, gesti e una fisicità importante con cui i cantanti /attori divengono dei celebranti.

Composta da dodici scene su testi dei nativi americani – da cui altro titolo è American Indian Songs – è in realtà parte di un più ampio lavoro concettuale, Alphabet für Liège, in cui tredici scene illustrano gli effetti fisici del suono sui viventi, fino a una vera e propria resa in musica delle tecniche del mantra asiatico.

La complessità e l’interesse di Am Himmel consistono nella capacità di Stockhausen di entrare nei sistemi psicologici e comunicativi del rituale e di trasferirli nella costruzione musicale e, dunque, nella organizzazione sonora. È nella inconscia struttura intensificante che bisogna ritrovare il punto vincente che fa sì che non si tratti di un esperimento di dubbio valore.

A metà strada, tra queste due poetiche, Hommage di Paolo Aralla – ricordiamolo, docente presso il nostro Conservatorio – compartecipa sia della persuasività tutta sonora di Scelsi, che dell’impianto liturgico di Stockhausen: distaccandosi però dal riferimento esotico dei primi due, la scrittura sembra ispirarsi al discantus di trecentesca memoria, in una suggestiva processione di sonorità accordali, mentre distante echeggia inquieto il suono di una percussione africana.

Bravissimo lo Zero Vocal, formazione preziosa quanto rara nel nostro Paese, e che riesce a differenziare e ad assecondare la scrittura con fantasia e giudizio, nonché a tenere alta l’attenzione fino a fine concerto, in barba ad un repertorio assolutamente non semplice né da porgere né da raccogliere.

Diego Tripodi

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