“Apologia del Quartetto” di Bologna Festival: un itinerario nel quartetto d’archi nel ‘900 e oltre

Lo Zingarelli, riporta, nell’edizione del 2007, la seguente definizione di apologia: «discorso o componimento letterario in difesa ed esaltazione di una persona, una dottrina e sim.» e, per estensione «esaltazione, elogio». Ora, dal momento che non mi risulta che pendano processi in corso sul quartetto per archi – peraltro, vista l’anzianità, non penso che gli darebbero la galera ma, al più, tornando in un certo qual modo alla sua prima destinazione, sconterebbe la pena ai domiciliari – bisognerà concludere che il titolo dato da Bologna Festival al percorso concertistico sul quartetto d’archi nel ‘900 e nel 2000, “Apologia del Quartetto”, tenutosi tra settembre e novembre, vada inteso nella seconda accezione, a meno che non volessero davvero intenderlo come apologia di reato. In verità, tuttavia, il quartetto di difesa non ne ha certo bisogno: nessuna formazione tradizionale ha avuto vita tanto intensa negli ultimi cento anni, al punto che il bell’affresco di Bologna Festival non è nemmeno lontanamente esaustivo, dal momento che mancavano dal novero dei lavori eseguiti numerosi quartetti di prima importanza come quelli di Lachenmann o Haas, tanto per citare due affermati maestri. E tuttavia non si può negare la riuscita della rassegna, senz’altro ben maggiore rispetto all’omaggio a Berio dello scorso anno, piuttosto avaro di musica del festeggiato e poco convincente nella scelta del repertorio ausiliario. Ciascuna delle serate della rassegna meriterebbe, per l’interesse dei programmi e per la profondità di scelta interpretativa, un ampio commento. Tuttavia, in considerazione dello spazio limitato, ci si soffermerà soprattutto sugli aspetti più interessanti e, in special modo, sul repertorio meno noto.

La rassegna è stata inaugurata dal Quartetto Noûs, che ha presentato un programma dedicato prevalentemente a lavori della prima metà del ‘900, mostrando ammirevole acume interpretativo in due classici di ardua seppur opposta complessità, quali la Lyrische Suite di Berg e le Bagatellen op. 9 di Webern. Accanto a queste celebri opere, è apparsa meritoria l’inclusione del Quarto Quartetto di Hindemith, i cui lavori per quartetto d’archi sono assai poco noti. Non si può affermare che si tratti di un lavoro di prim’ordine, e tuttavia il quartetto non manca di momenti degni di attenzione, trattandosi peraltro di un’ottima testimonianza dello stile severo e asciutto della maturità del suo autore. Perla della serata sono stati soprattutto i luminosi 12 Microludi composti da György Kurtág nel 1978 in omaggio a András Mihály, splendide miniature che sono state giustamente accostate ai pezzi di Webern, di cui Kurtag è per certi aspetti il più coerente erede. Si tratta di pezzi di vario carattere ma tutti accomunati da una scrittura immaginifica e tuttavia curata in ogni minimo dettaglio.

Il secondo appuntamento, affidato al Quartetto Guadagnini, è stato invece dedicato ad alcuni notevoli lavori degli ultimi cinquant’anni, ponendo attenzione soprattutto ai compositori italiani. Infatti, dopo Ainsi la nuit di Dutilleux, splendido lavoro di un compositore non sufficientemente noto al pubblico italiano come meriterebbe, il programma ha presentato il Quartetto n. 3 di Fabio Vacchi, e Clamour, il terzo quartetto di Stefano Gervasoni, seguite in chiusura da La souris sans sourire, il più celebre contributo di Donatoni al genere. Vale la pena soffermarsi sui due lavori più recenti, assai poco noti. C’è qualcosa di beffardo, da parte di Gervasoni, nel comporre un quartetto in un sol tempo di quasi mezz’ora articolato in un discorso continuamente frammentato e persino disturbato dal continuo gioco di tira e molla con le sordine. A un certo punto i musicisti, non sapendo più dove riporle, le tengono persino in bocca. Irritante, senza dubbio, e possiamo stare ben sicuri che questo fosse ciò che voleva il suo autore: un autentico schiaffo a tutti coloro che avessero in mente la solida trama discorsiva di tanti quartetti da Haydn a Rihm. Ma, si diceva, non ci si dovrebbe fare ingannare dall’estro frammentario – tutto studiato, visto che emergono alcune figure ricorrenti – che Gervasoni ci ha offerto: emerge in ogni angolo la sapienza retorica, le approfondite cognizioni in fatto di timbro strumentale, l’originale mescolanza di sonorità inconsuete con la più solide eredità della musica degli scorsi secoli. Forse questo non riesce a riscattare l’abuso del frammentismo, ma per qualche strana alchimia – bisognerebbe chiedergliene conto – il pezzo non annoia affatto. Dal Quartetto n. 3 di Fabio Vacchi, emerge invece un più saldo impianto narrativo. In nulla inferiore a Gervasoni per la disinvoltura nella scrittura per strumenti ad arco, Vacchi sceglie per il suo lavoro un colore cinereo e un tono severo che non vogliono lasciare alcuna concessione all’edonismo sonoro. La prima parte sviluppa e combina coerentemente le figure d’apertura con una perizia timbrica ammirevole, non minore rispetto a un rigore compositivo che, in verità, corre a tratti il rischio di soffocare l’ascoltatore. Vacchi è tuttavia compositore troppo accorto per non rendersene conto, ed ecco che, improvvisamente, il quartetto si slancia in figurazioni fantasiose e ricche di estro, senza perdere nulla della sapienza artigianale che mi sembra, anzi, ergersi proprio in questi passi al di là della cruda elaborazione tecnica, trovando una dimensione di felice completezza artistica.

Il Quartetto Adorno è tornato invece al primo polo dei due assi cronologici emersi dai primi appuntamenti. Visto il nome quasi programmatico della compagine, non stupisce l’attenzione rivolta a due compositori indagati con particolare acume dal filosofo di Francoforte: Webern e Zemlinsky. Sono certo che Webern, ovunque si trovi, sia alquanto rammaricato di non aver gettato nel bidone dell’immondizia – o, più tradizionalmente, bruciato – il suo Langsamer satz, pezzo giovanile lezioso e un po’ diabetico. Gradita sorpresa è stato invece il Terzo Quartetto di Zemlinsky, poderoso lavoro in cui balena una maestria compositiva notevole e tutt’altro che restia ad audaci aperture alla modernità come invece si sarebbe potuto credere. Si segnala soprattutto il secondo movimento, il Tema con variazioni, che rivela l’influsso delle ricerche di Schönberg e in cui certe intuizioni timbriche devono senza dubbio aver suggestionato l’immaginario di Berg. L’indole squisitamente lirica del Quartetto Adorno ha senz’altro dato il meglio in Zemlinsky e Webern piuttosto che nel Terzo Quartetto di Barόk, cui mancava l’inquietudine necessaria e persino una precisa visione d’insieme del percorso formale. Più di tutto, ha colpito il fuori programma: il primo tempo del Quartetto op. 10 di Debussy ha beneficiato di una inusuale lettura in cui il lirismo del Quartetto Adorno ha posto in luce i legami del giovane compositore con Franck e la cultura austro-tedesca, oltre ad aver ricordato come in Debussy sia presente anche una qualità specificamente melodica che innerva la vasta produzione di mélodies e che troppo spesso è ignorata da interpreti e studiosi.

Non ho avuto modo di assistere al quarto incontro, in cui il Quartetto Lyskamm ha eseguito opere di Cage, Carter, Stroppa e Ligeti. Sono invece stato presente all’ultimo concerto, in cui l’MDI Ensemble ha mostrato un enorme capacità di padroneggiare un repertorio di grande complessità tecnica e interpretativa. Il Quartetto n. 2 di Heinz Holliger è pagina di altissima densità che meriterebbe più ascolti, e tuttavia già alla prima impressione si è rivelato lavoro energico e di superba fattura. Encomiabile poi la scelta di programmare il terzo Quartetto “Cantari alla madrigalesca” di Malipiero, in nulla inferiore rispetto al più noto Rispetti e strambotti. Come in quello c’è tutto l’estro divagante del maestro veneziano, il carattere umorale, la freschezza popolare e la dignità rinascimentale insieme. Lavoro assai interessante è anche Adagissimo di Brian Ferneyhough, sorta di sovrapposizione di tempi indipendenti che, miscelati, danno vita ad una singolare processione sonora caratterizzata da una stasi inquieta. Infine l’atteso Black Angels di George Crumb il quartetto composto nel 1970 in tempore belli, come scrive l’autore nel sottotitolo, in cui la guerra cui allude è naturalmente quella del Vietnam. Confesso di ammirare e detestare al tempo stesso questo lavoro: ne detesto il kitsch, l’ingenuità di certe associazioni, il guazzabuglio di eventi; ne ammiro tuttavia la profonda originalità di invenzione e la sincerità di ispirazione che, miracolosamente, riscattano i suoi difetti e ne fanno quel capolavoro che è. Non è un pezzo di facile accesso per un ascoltatore del Vecchio Continente: Crumb, come tutti i compositori statunitensi, non ha alle spalle una tradizione radicata e si assiste spesso a una certa disinvoltura nel trattare il patrimonio musicale europeo. Lo stesso MDI Ensemble non è sembrato del tutto in sintonia con lo spirito del pezzo, mostrando non poche difficoltà nell’affrontare le bizzarre richieste della partitura, che richiede ai musicisti di suonare strumenti a percussione convenzionali e non. Tuttavia qualche piccolo neo non toglie nulla alla riuscita della serata.

In conclusione, non può che essere positivo il mio giudizio su “Apologia del Quartetto”, rassegna che ha dimostrato come in fondo il quartetto d’archi non abbia bisogno di essere difeso né esaltato: il profondo fascino che continua a esercitare su ascoltatori e compositori ne è la prova più eloquente.

Alessio Romeo

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