Ogni luogo dona qualcosa a chi lo visita. Un profumo, un amore, ad esempio. L’Altrospazio, locale bolognese di via Nazario Sauro, pieno centro, mi ha donato colori. Verde, blu e rosso, in particolare.

Sono le 21:30 di mercoledì 6 novembre. Il posto è piccolo, accogliente, e il bancone del bar è più basso del solito, così da permettere una più agevole ordinazione a chi è seduto in carrozzina. Quella sera devono esibirsi i Nuwa, un giovanissimo quartetto bolognese nato nel 2018, composto da Daniele d’Alessandro al clarinetto e clarinetto basso, Filippo Galbiati al pianoforte, Federico Gueci al basso elettrico e Vincenzo Messina alla batteria. Sono tutti già presenti sopra al piccolo palco, finché il concerto ha inizio.

Ed ecco il verde, di cui parlavo prima. Il tema caldo e sinuoso, dipinto dal clarinetto e punteggiato qua e là da accordi pianistici ammantati di una misteriosa luce, mi ricorda proprio il verde arcano delle grandi foreste. Scoprirò poi che questa tinta soggettiva diviene caratteristica compositiva nei Nuwa, caratterizzata da temi cangianti e complessi ma mai cervellotici e distanti da chi li ascolta, in cui il classico 4/4 viene scomposto come in un caleidoscopio.

Arriva poi il momento chiave di qualsiasi concerto jazz: le improvvisazioni, e se il pianoforte di Galbiati è posato e cool, il clarinetto di d’Alessandro irrompe con forza nel bel mezzo della scena, riversando la saletta nel blu di mulinelli marini. Si agita, impazzito ma sempre controllato, su e giù per l’estensione dello strumento. Con questa propulsione il concerto giunge più o meno al suo punto centrale, in cui prima il basso di Gueci, poi inseguito dalla batteria di Messina, gorgheggiano una pulsazione rossa su una singola nota, che circonda le viscere e le fa rimbombare.

L’atmosfera è tribale e grottesca. Qui d’Alessandro alterna il clarinetto con il suo gemello basso, raddoppiando il basso elettrico e ispessendo ancor più la trama ritmica che sembra provenire da un allucinato raduno Funky Hip Hop. Messina ondeggia la testa sopra la sua batteria, e conduce i giochi col silenzio del suo sorriso e il fragore delle pelli percosse, fino ad esplodere in un maestoso assolo fatto di fulminei cambi di timbro e accenti, e galoppanti stop and go.

Si giunge poi all’ultimo brano, dove torna il blu del mare, seppur nella versione docile e sommessa di vecchi porti al tramonto. Qualche lampo nel mezzo e nel finale è comunque lì a ricordarci che la natura e la musica sono sempre vive ed imprevedibili.

Il concerto volge così al termine, e io non posso fare altro che applaudire e congratularmi con la band per questa solare scoperta, per poi lasciare spazio alla immancabile Jam Session che accompagna l’Altrospazio ogni mercoledì sera. La gente si riversa sul palco, e il pubblico è lì attaccato, muso a muso con la musica e i suoi esecutori. Nella sala passeggiano ancora tre colori. Sono il verde, il blu e il rosso.

Riccardo Bianco

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