Quando il pubblico ha ragione: concerto-premio del Quartetto Werther.

Dal 26 Marzo al 16 Maggio il Bologna Festival ha organizzato la rassegna “Talenti”, quattro concerti dedicati ad altrettanti solisti o formazioni emergenti, tutte composte da giovani o giovanissimi. I concerti, tenutisi nella consueta cornice dell’Oratorio di San Filippo Neri, hanno visto succedersi il Trio Kanon, il Quartetto Werther, il Duo Borreani – Costantini Negri e il pianista Gabriele Strata, in una sorta di selezione rappresentativa dei generi e delle possibilità di organici più tradizionali della cameristica.

La mini-rassegna è stata tanto più piacevole quanto tutti gli artisti coinvolti si sono fatti valere dimostrando una maturità tecnica e interpretativa alle volte davvero sbalorditiva. Ma siccome la rassegna era anche una piccola competizione, c’è una altrettanto piccola nota amara a chiusura del tutto. Infatti, a fine concerto gli astanti erano chiamati a siglare una votazione su tessere appositamente preparate e a depositarle nelle urne all’uscita: dalle votazioni siffatte è uscito il 12 novembre il Concerto del vincitore “Premio del Pubblico”, che ha gratificato uno dei quattro protagonisti di Talenti con un nuovo concerto nell’oratorio bolognese.

La febbre del talent, che imperversa nella cultura televisiva contemporanea, sembra dunque sia strabordata dai suoi confini catodici e tradizionali, cercando di “vivificare” anche altri pubblici con la sua peculiare tecnica di coinvolgimento. Quanti spunti di riflessione e di confronto ci fornirebbe ciò! Perché, se è vero che “il cliente ha sempre ragione”, spessissimo si è dibattuto se la ragione debba essere sempre del pubblico e, a volte, anche con evidente scetticismo. Ma oggi, a quanto pare con sommo gaudio dei più, la distinzione tra pubblico e clientela è effettivamente sempre meno netta… e allora forse anche in questo caso il proverbio funziona bene. Ma non è questo lo spazio per simili dissertazioni.

Diciamo che, qualunque sia la verità, con una simile palette di artisti, il pubblico cadeva in piedi qualunque mossa giocasse. E così, la scelta ricaduta sul Quartetto Werther è stata senza dubbio felice.

Il quartetto – ricordiamolo, formato da violino, viola, violoncello e pianoforte e da non confondere con la formazione per soli archi – ha presentato un programma equilibrato e capace di incuriosire, diviso tra due lavori insoliti e poco eseguiti, il Quartettsatz di Mahler e il Quartetto di Copland da un lato, e un grande capolavoro di repertorio come il Quartetto op. 47 di Schumann dall’altro.

Il movimento di quartetto di Mahler è un cimento giovanile che, infatti, presenta tutta una serie di forti richiami alla tradizione tedesca, Schumann e Brahms in primis, ma ha già anche quella immancabile vibrante originalità dell’autore. Potessimo vantare noialtri una composizione simile ai nostri debutti di conservatorio! Forse un po’ per la naturale freddezza iniziale o anche per una non completa immedesimazione poetica, l’esecuzione seppur corretta e ricca di spunti piacevoli non è riuscita a comunicare appieno la freschezza di questo lavoro, che tuttavia pur sempre un’opera giovanile rimane e, dunque, non disdegna d’essere un po’ aiutata nella resa.

Diversamente, l’insolito e sperimentale Quartet for piano and strings di Copland è stato eseguito con grandissima precisione e gusto. Il movimento iniziale è testimonianza di un periodo in cui il compositore statunitense era sotto una fascinazione, oserei dire innaturale, per la serialità viennese (non a caso l’indicazione Adagio Serio) che si sente indossare non poi con chissà quanta disinvoltura. Diversamente il secondo movimento Allegro giusto, che vive di una splendida e genuina esuberanza ideativa, ritmica e timbrica ed è stato glorificato dai nostri.

Dopo l’intervallo, Schumann è arrivato alle nostre orecchie nella piena inevitabilità. La pagina è frutto di quella invasatura periodica che il musicista tedesco aveva per i singoli filoni musicali della tradizione. In particolare, negli anni 1841-42 il suo estro si fermò sulla produzione da camera e originò dei grandi capolavori intramontabili, con una esuberanza e, fra l’altro, una rapidità di scrittura mozartiane: nascono in poche settimane i tre Quartetti per archi op. 41, poi il Quintetto con pianoforte op. 44 e, subito a ruota, questo Quartetto, entrambi in una manciata di giorni.

Se l’ombra beethoveniana è sempre proiettata sulle sue pagine, proprio mozartiana è la disinvoltura di questo quartetto, che non si abbandona però ad un vuoto disimpegno, anzi si compiace di invenzioni ricercate, come la scordatura del violoncello nel bel mezzo del celebre terzo movimento o gli intricati contrappunti del finale.

Diego Tripodi

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