(In occasione del Fidelio diretto da Asher Fisch, con la regia di Georges Delnon, al Teatro Comunale di Bologna)

In chiusura di stagione 2019, debutta al Teatro Comunale Fidelio, l’unica e sfortunata opera scritta da Beethoven, il quale però la considerava addirittura il suo miglior lavoro. Dispiace, ma non tutti hanno avuto la stessa opinione e hanno trovato mille debolezze che, addirittura, non sarebbero degne di lui. Il fiume di inchiostro speso a riflettere su questa creazione beethoveniana si è, senza troppe sorprese, diviso tra critici spietati e difensori armati: in entrambi i casi, una certa partigianeria, esasperata dal lungo protrarsi nel tempo, ha finito per rendere spesso i primi e secondi rispettivamente ingiusti e ciechi.

La verità è che quest’opera appassiona il dibattito, perché è una creatura innegabilmente problematica, dilaniata da contraddizioni e in bilico fra opposte tendenze. Certamente, abbiamo detto, tra il successo e l’insuccesso, come testimonia una biografia fatta di ben tre allestimenti, per lo meno due fiaschi, e ancor più rimaneggiamenti. Questa sfortuna è stata dovuta, sia nei suoi molteplici debutti che in epoca postuma, all’estrema e palpabile natura febbrile del lavoro, un’opera artistica che porta il segno di una tormentata incertezza in ogni suo aspetto: biografico, musicale, drammaturgico, ideologico.

In Fidelio possiamo cogliere rimandi e orientamenti molteplici e spesso antitetici: moralismo kantiano e passionario eroismo romantico; veste da Singspiel, natura da comédie-héroique e aspirazione da melodramma; astrattismo intellettualista e pop art ante litteram.

Il primo atto, ad esempio, nelle tematiche, nelle parole stesse di Leonore – si veda l’aria della scena sesta -, riverbera della grande cultura illuminista in cui Beethoven si era formato. Il sentimento è addirittura rivoluzionario, si parla di coercizione e violenza di stato, si insinua il sospetto della fallibilità delle istituzioni, si denuncia l’inumana gestione del sistema carcerario; e a farlo è una donna, altra prorompente introduzione nella consuetudine teatrale – anche se non caso isolato -, laddove en travesti erano semmai attrici nei panni di personaggi maschili e non, addirittura, i personaggi femminili stessi. Insomma, c’è un’eco significativa della filosofia del diritto e della politica recente: Beccaria e Rousseau, le esperienze più sovversive e radicali della Rivoluzione francese, Babeuf e la Società delle repubblicane rivoluzionarie, le prime idee socialiste e le prime lotte per l’emancipazione femminile, tutto un fermento che è assai probabile giungesse a Bonn così vicina al confine francese e, con cautela, certamente anche nei giusti giri viennesi.

Di contro, il secondo atto si figura operistico, romantico, più d’azione, passionario e non intellettualistico. L’estremismo ideologico del primo atto viene nettamente ritrattato con il rovesciamento della fortuna dei protagonisti: man mano che si avvicina la libertà per Florestan per mano del ministro Don Fernando, i bollenti spirti si ridimensionano in una ossequiosa fiducia nella azione prodiga e paternalista dello Stato. L’elemento religioso della fede, che già nel primo atto faceva capolino andando a sostenere il senso morale innato di Leonore, è ora anch’esso sprigionato in una visione iper confessionale. L’autodeterminazione della protagonista viene prontamente riequilibrata in un dovere coniugale, che nel finale ha la sua definitiva reazionaria glorificazione.

Fatto curioso, tutta la diversità che intercorre fra i due atti è quella fra il contesto della prima nel 1805, con un teatro affollato di soldati francesi, e quello della ripresa dell’opera, nel 1814 in una Vienna all’alba del congresso che cercava di restaurare l’Europa.

La musica. È un Beethoven in difficoltà evidente, a volte sublime, a volte impacciato perché preoccupato di voler essere sublime. Come è stato sottolineato, la scrittura è spesso inefficace non certo in assoluto, ma in relazione alla esigenza narrativa, che purtroppo per il compositore, però, manca totalmente dell’appeal di una trama movimentata. L’orchestra è trattata con il tocco splendido dell’uomo che ha segnato la storia del sinfonismo e, che ciò avvenga in un’opera, col senno di poi è antesignano, se vogliamo; ma a volte risulta fagocitante e sproporzionato rispetto la teatralità con cui si trova ad interagire. Anche a confronto con la scrittura vocale, che non trova una cifra originale da contrapporre all’orchestra. È come se Beethoven non superasse l’ansia da prestazione con un genere per il quale, lo si avverte fortemente, ha una considerazione altissima: il medium perfetto a restituire la sua idea di umanesimo. Che è un assillo di Beethoven, la concezione sociale della musica. Ma ci mette troppa enfasi e, forse, troppa serietà. Così, l’esperimento non regge, perché con fallacia ignora la componente edonistica cui pure il genere obbliga rendere omaggio.

Beethoven non è un uomo di compromesso, sicché non è uomo di teatro: il paradosso di come un artista “narrativo” e “tematico” non riesca pienamente nel genere operistico è così presto spiegato.

Non si può sorvolare, ad esempio, su una evidenza che da sola chiuderebbe ogni discussione: non c’è un tema musicale che di Fidelio sia realmente memorabile – il che non vuol dire che non ve ne siano di potenziali o che non ve ne siano di belli: il tema del quartetto o del finale secondo basterebbero a compensare gli orrori del mondo -. E questo per l’epoca – non vi parlo di oggi – era imperdonabile. E difatti non fu perdonato.

Un amico ha commentato: “ci piace pensare che tutto questo sia stato laboratorio alla Nona e alla Missa Solemnis”. Giustissimo. Ma non vorrei si pensasse che si è qui, duecento anni dopo, su un blog studentesco, a fare il quarto grado a Beethoven e a firmargli le giustificazioni. Trovo, sinceramente, che la musica di Fidelio sia irreprensibile e al contempo umana, in una parola beethoveniana, e proprio in quanto tale degnissima della nostra attenzione.

Diego Tripodi

1 comment

  1. Bello, sono d’accordo sopra tutto sul fatto che voleva essere sublime a tutti i costi!

Lascia un commento