Ricordi, amico mio? ogni tanto mi dicevi che qualcosa in fondo in fondo lo valevano, queste mie piccolezze: piccole come una pulce. Leggerezze brevi ma intense, brense, come si dice dalle mie parti. La storia, vedi, presta le sue palme soltanto ai grandi e vincitori: forse, allora, vale proprio la pena che qualcuno desti curiosità per quelle cose di piccol affare che ingiustamente restano per via. Basta soltanto mostrare un bocconcino raro, qualche curiosa piccolezza: come una pulce nell’orecchio, insomma…

Terminati gli ozi estivi, riaprono in questi giorni i battenti di Chorus, più che mai polifonico (argh) e denso di novità. Non da ultima questa rubrica che s’apre con la promessa di un nuovo articolo al mese. Una rubrica per incuriosire all’ascolto di lavori “minori”, poco noti e di breve durata. E dunque nessuna Guida dettagliata al «Saint François d’Assise» di Messiaen (troppo imponente e bello per essere liquidato qui e da me), nessun Invito a un ascolto ragionato dell’«Eroica» (il capolavoro mozartiano è davvero arcinoto a chiunque!).

Per il resto prometto sorprese. Prometto anche perpetua astensione da quello stile “lista della lavandaia” che affligge troppe cosiddette guide all’ascolto: “dopo un’intensa peregrinazione intorno ai contesti tonali assialmente più distanti dal centro polare del nucleo del tema cosiddetto Y’, una felice riproposizione della già più volte impiegata scrittura-ponte nell’area della dominante secondaria conduce a un’inattesa quanto invero desiderata riesposizione (in forma contratta) della primissima idea tematica indicata con A”. Ecco, appunto: nulla di tutto questo.

Soltanto pulci, piccole e insignificanti. Pulci di questo mercato delle pulci che proviamo ad allestire. Pulci che ti si insinuano nell’orecchio e non ti mollano più – maledetto prurito! – finché non gli hai dato udienza.

Argomento spiegato, l’invocazione alla Musa ce la risparmiamo.

Cominciamo subito. Sessant’anni fa, precisi precisi, Francis Poulenc mette in musica il testo di una “canzonetta” dal Mercante di Venezia. Quando si tratta di scegliere versi su cui lavorare, il Nostro sa stare veramente in buona compagnia: accanto ai vicini (e amatissimi) Apollinaire, Cocteau e Bernanos, infatti, non mancano anche il più antico Racine e, appunto, Shakespeare. Autore del testo di “Fancy”, la bella mélodie per voce e pianoforte oggetto di questa prima pulce 2019. Ventiquattro misure di musica per una durata totale di due minuti scarsi (pulci si era detto e pulci saranno!).

I versi vengono dalla strofa che quella donnola di Porzia intona, all’inizio del terzo atto, rivolgendosi al povero Bassanio che la desidera perdutamente e che perdutamente brucia di passione. Lei gli chiede di aspettare un po’ prima dell’apertura dei tre scrigni, ma lui è tutto preso a esaminarli, e lei allora (farabutta!) lo intrattiene canticchiando:

Dimmi dove mai nasce l’amore [Fancy],

nel cuore, forse, o nasce nella testa?

E quando è nato, poi, chi mai lo nutre?

Dimmelo, dimmelo, dimmelo.

È negli occhi che viene generato,

lo nutrono gli sguardi e infine muore

in quella culla dove si è disteso.

Suoniamo a morto, allora, la campana:

comincio io. Ding, dong fa la campana…

Un condensato di compiaciuta civetteria, insomma, che non riesce però a nascondere un innegabile fondo di amarezza. Direi che è solo su quest’ultimo che Poulenc regola il colore della sua mélodie, scolpita con quell’istinto a cesellare la malinconia che è specialità esclusiva dell’arte dei Francesi. Il tono provocatorio del personaggio shakespeariano sembra qui impallidire di fronte all’uomo che ne rimastica le parole per dire tutt’altro. Nelle dolci pieghe del canto, tenero e triste, Poulenc pare chiedersi davvero dove mai nasca l’amore; e se dapprima è pronto ad accettare una risposta di segno quasi stilnovista, sembra poi fare marcia indietro e riconoscere (lucidità dei moderni?) che anche l’amore, in fondo come tutto il resto, muore. Con gli ultimi rintocchi di campana nel pianoforte, così come Porzia ma in tutt’altra prospettiva, anche Poulenc è dunque pronto ad ammettere: “comincio io”, a dispiegare la verità. Che si dischiude, però – e quanto è bello! – in una forma e con una dolcezza del tutto ignoti alla farabutta di cui sopra. Sublime vertigine di due maestri che si parlano da una cima all’altra di opposte montagne. Sublime (ricorrente) vertigine di ogni rileggere e tradurre, che come sappiamo tutti significa perlopiù lucidamente travisare.

Giorgio Musolesi

1 comment

  1. Bella la canzone di Pulenc, Però l’articolo non si riesce a leggere! Sembra un riflusso gastrico da vocabolario digerito male!

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