Mozart e la Filarmonica, gli inseparabili.

Radunare musicisti professionisti “acciò havere filo et unione da non disunirsi e rendere buon suono”. Con questo scopo il nobile Vincenzo Maria Carrati fondò nel 1666 l’Accademia Filarmonica di Bologna, utilizzando come sede il palazzo di famiglia. 

Così si legge in apertura del profilo storico caricato sul sito della stessa Accademia. Scopo più complicato di quanto possa apparire se da prefiggersi lungo 350 anni di storia e, a maggior ragione, se questi anni sono stati espressione anche di un potere e di una autorità sostanzialmente incontrastati e difficilmente eguagliabili.
Di quella stagione gloriosa, neanche a dirlo, i tempi moderni sono un residuato un po’ impietoso, laddove polveri e ragnatele sono una minaccia concreta per le belle stanze di via Guerrazzi 13, ma anche per una considerazione collettiva, sempre più sopita. Ma d’altronde, non è questo il destino semplice di molte grandi istituzioni?

E se la stagione concertistica, specie quella da camera, sa difendersi e offrire alla città il talento indiscutibile di molti nomi del panorama musicale anche internazionale, il tradizionale “Concerto per le celebrazioni accademiche” – che dalla fondazione si ripete ogni anno in occasione della festa di Sant’Antonio da Padova, protettore della Accademia – è ben lontano dai fasti e dalle mirabilia che porgono all’immaginazione di noi moderni le cronache entusiaste del passato, quella notissima di Charles Burney in primis.
A ogni modo, anche in questo caso, va specificato che quelle sono voci di epoche in cui celebrazioni e concerti erano il fulcro della movida cittadina e della socialità in generale, oggi indirizzate su ben altre occasioni. Vi è dunque di fondo un problema di mutamento storico e, casomai, di sopravvenuto anacronismo, di cui l’istituzione Accademia non ha certo colpa.

Quest’anno, il concerto era dedicato, oserei dire inesorabilmente, tutto all’accademico con la A maiuscola, ossia Mozart, la cui generosa aneddotica non ha mancato di graziare anche questi luoghi.
Programma scopertissimo su pagine fin troppo note del catalogo del salisburghese (Divertimento per archi K138, Concerto per violino n°5 K 219, Sinfonia n°1 K16), ma non per questo rinunciabili, tanto più per uno sfegatato mozartiano come il sottoscritto, che potrebbe tranquillamente vivere in completo isolamento e con la sola consolazione di quei capolavori. Forse un po’ meno “digeribile” per chi non sa, non può o non vuole lasciarsi coinvolgere da questa musica. Ma tant’è…

Inoltre, usciamo allo scoperto, a scanso di possibili illazioni: la nostra presenza era anche rivolta e giustificata dalla partecipazione al concerto di una nostra penna, quella sera in veste di direttore, il buon Giorgio Musolesi, che ha dimostrato idee ben chiare nella concertazione e un gesto rassicurante e preciso, nonostante la giovane età.

Il solista era il violinista Angelo Testori, alle prese con le carognate di cui Mozart dissemina il concerto. A volte l’ha avuta vinta lui, altre il vecchio Wolfy, con un esito di sostanziale pareggio.
I Musici dell’Accademia hanno fatto quanto era in loro possibilità, francamente non moltissimo, ma tutto quello che un consort non stabile e non modellato da una dura routine di lavoro può offrire; in generale i bassi un po’ mollicci, ma coppie di oboi e corni brave, che hanno aiutato notevolmente la tenuta d’insieme.

In generale serata piacevole, profumata di quella falsa semplicità del Mozart ragazzino che, sballottato per l’Europa impara a dosarne e imitarne tendenze e stili, fino a quando, d’emblée, eccolo sbocciare in vette di purezza individuale come, per l’appunto, nel quinto concerto per violino.

Diego Tripodi

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