Di quartetti, di riverberi e di macabre invidie

Dovrebbero decisamente smettere di fare concerti nelle chiese. Parlo naturalmente delle chiese bolognesi, quanto di più inutile all’ascolto musicale. Non sono un esperto di prassi liturgica e può darsi che a quei fini l’ambiente acustico creato sia perfetto, ma altresì resta il mistero di come fra queste rimbombanti mura abbia potuto svilupparsi una delle più gloriose scuole musicali del nostro seicento. Vero è che i templi felsinei erano all’epoca rigurgitanti di barocco splendore, di marmi e soprattutto di drappi, baldacchini, arazzi e panni vari che mitigavano il riverbero acquatico cui sono oggi condannati.

Così anche la suggestiva chiesa di San Domenico in cui si è tenuto, la sera di martedì scorso, il concerto quartettistico che recensiamo, sembrava la boccia dei pesci. Tutto pareva vocato a una lettura penitenziaria della fruizione musicale: un godimento da mitigare con un sano senso di colpa per la mundanità del momento e, dunque, qualche scomoda sofferenza doveva essere necessaria, dalle panche più punitive che io abbia mai toccato alla già citata impurità acustica. Eppure, dire che i bravi monaci di spazi belli ne hanno a dismisura. Nel limitrofo complesso la sala della biblioteca è un gioiello impreziosito dalla piacevolezza della acustica e il sagrato della chiesa è certamente una delle più belle piazze cittadine. Perché dunque non voltare la celebrazione – sì perché il concerto era tradizionale e devoto omaggio dei confratelli alla memoria del padre Michele Casali, nel quindicesimo dalla scomparsa – in un bel concerto en plein air, risparmiandoci l’umido lugubre delle navate e tanto più che il clima estivo è prorompentemente esploso?

Dunque, perché recensire una attività se c’è solo da lagnarsi coi poveri frati? Perché non è affatto così. 

Innanzitutto, ascoltare dal vivo un quartetto d’archi è sempre una esperienza rigenerativa: tutta la concentrazione e la buona predisposizione in cui ci si pone già usualmente al momento del concerto, viene nell’occasione ricambiata dai quattro archi con un effetto di tale malìa e rapimento, di assoluta adesione – il termine “annullamento” sarebbe troppo passivo – alla musica, cui il pubblico non è così sottoposto in altri momenti performativi.

Certamente complici la perfezione del bilanciamento sonoro e timbrico dei quattro strumenti, un fascino visivo fatto di una peculiare complicità di intenti, che trapela fin dagli sguardi, dai sorrisi, scambiati fra i quattro esecutori, evidenza di una teatralità potentissima del gesto che affianca quella padrona e, solo in apparenza, più scontata dei suoni; ma forse e soprattutto l’attenzione che, da sempre, ha reso questa formazione, e il genere musicale corrispondente, il destinatario della ricerca più alta.

Infine, non va sottovalutata l’esecuzione e se, come nel caso di questo concerto gli interpreti sono dei fuoriclasse, capite bene che il godimento è assicurato. Infatti, ecco il secondo motivo da porre all’attenzione della cronaca cittadina: gli interpreti erano i membri del Quartetto della Scala, solida e scafata formazione cameristica, i cui pregi sono moltissimi, dalla perfetta sintonia timbrica ed emotiva alla pulizia tecnica davvero esemplare.

Nel programma di martedì presentavano ai pochi avventori un accostamento snello ma sostanziale: il quartetto op. 44 n°2 in mi minore di Mendelssohn, un’opera di tale classica allure da ben comprendere – ma anche giustificare? – la perfida etichetta di “elegante notaio” data dallo snobismo debussiano al suo creatore; e quindi l’op.135 in fa maggiore di Beethoven, lavoro talmente futuristico da poterci perdere nel giochino irresistibile e lezioso del “ecco qui Brahms, ecco qui Bartok, etc. etc.”. Il Quartetto della Scala ha eseguito con un equilibrio straordinario questi capolavori. Sarebbe riduttivo e inutile commentarne l’interpretazione ripercorrendo momento per momento di queste pagine quartettistiche: basti sapere che tutto, davvero, è fluito nella più grande naturalezza, lasciando alla musica il più ampio margine d’azione sulla percezione dei presenti, nonostante l’impietoso accumulo sonoro dei sacri riverberi. Per fuggire i quali ho trovato, a concerto inoltrato, un posto più vicino agli strumentisti, presso una cappella laterale, ma anche vicino a un feretro contenente il corpo forse imbalsamato di un non meglio identificato cristiano. Che invidia sul suo volto cadaverico! Lo vedevo e intuivo i suoi taciti pensieri: «Questi tedeschi hanno consegnato all’arte la loro memoria! Non hanno bisogno di un sarcofago che li mostri nell’umiliazione di un corpo morto. Sono presenti, sono vivi ed eternati dai suoni che per primi hanno immaginato e nei cuori riconoscenti di chi solo ora li riceve; li immortala la devozione per il pensiero e le loro spoglie possono riposare serene nella pace meritata della tomba e del tempo”.                                                                                                                                                                     

Diego Tripodi

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