Inserire in una sola serata un trittico tanto variegato è impresa che pochi riuscirebbero a compiere senza forzature, quindi tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: Pappano non ci é riuscito (secondo il vostro carissimo cronista, chiaramente).

Wagner, Szymanowsky e Dvořák sono i tre pezzi da novanta (270 in totale) messi sul piatto dal Maestro Pappano e posso solo immaginare le palpitazioni che saranno venute ai nostalgici dell’impero prussiano e di quello asburgico (Bologna ne è piena, statene certi) all’annuncio del programma.

Le celebrazioni si aprono con il Siegfried – Idyll, un lavoro che commuove sempre per il suo intimo calore, e che avvicina l’ascoltatore a un mondo di tenerezza familiare e personale che difficilmente si immaginano nella vita eroica di Wagner (io lo immagino sempre a cavallo, con elmo e lancia. Voi?). Qui, complice l’acustica da camera anecoica del teatro Manzoni, il piccolo gruppo di esecutori (bravissimi i violini) sembra leggermente lontano, anche e soprattutto nell’interpretazione forse un po’ affrettata dettata dal Maestro.

Il secondo brano è il Concerto per Violino n°1 di Karol Szymanowsky. Qui l’orchestra accompagna una solista anche troppo impeccabile, la giovane e bravissima Janine Jansen, in un caleidoscopio impressionista (grazie mio coltissimo compagno di banco) che ci riporta alle sonorità densissime delle scuole dell’Est Europa di fine ‘800.

Dopo un delicato bis (Lili Boulanger), reclamato a furor di popolo da battiti di mani indiavolati, l’orchestra esce per la pausa. Finita la pausa, direte voi, la stessa orchestra rientra e continua il suo concerto. E invece no. Torna sul palco un’altra orchestra, che solo all’apparenza sembra essere composta dagli stessi elementi, ma che in realtà è stata abilmente camuffata dallo staff trucco&parrucco del Manzoni con realistiche maschere in lattice per assomigliare alla precedente compagine. Infatti il suono, l’insieme, la tensione sono nuove, esaltanti. Le Danze slave (op.72) di Dvořák corrono via con un piglio infuocato, e il maestro Pappano, visibilmente più a suo agio in un repertorio del genere, ci regala un’interpretazione fiammante.

Pubblico in visibilio, volano applausi e maschere di lattice in ogni dove. Bravi.

Bernardo Lo Sterzo

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