MA CHE REAZIONARI SONO QUESTI DEL CONSERVATORIO QUANDO GUARDANO L’OPERA!

Impallinata dai critici di Chorus la smagliante visiva Turandot degli artisti russi AES+F.
(Puccini era già morto prima di Liù?)

#1 O squallida! – Note dalla prova generale (25 maggio)

A Pekino, al tempo delle favole. Premessa eloquente, pareva chiara… Perché anzitutto, e non c’è bisogno di rammentarlo, Turandot è una favola; che si unisce, morbosa, con sua sorella la tragedia: un palcoscenico dove archetipi e sempiterne turbe assumono la carne di diafani personaggi dalle psicologie appiattite e con ogni mezzo cauterizzate. A Pekino, si diceva, e cioè lontano; al tempo delle favole, e cioè lontano ancor di più. 

E invece no: la bruttissima regia di Fabio Cherstich sul palco del Comunale di Bologna non riesce a stornarci un minuto dalle più tetre angosce del nostro tempo. La vicenda ha luogo in un «impero gigantesco e multietnico in cui Pechino è una megalopoli organizzatissima dove convivono uomini, macchine e androidi». Parole sue. Sulla scena soltanto uno schermo immenso (e due laterali): passano le immagini (realizzate dal collettivo russo AES+F) di un’allucinante città futuribile che ha insieme l’odioso sapore della fantascienza e l’aria irrespirabile della distopia. E, ancora, di strani omuncoli che avvincono nelle loro spire certi modelli da Abercrombie. I suddetti, nel finale, per suggellare il glorioso definitivo trionfo dell’amore, si strusciano: fra loro, con la gigantografia di un grasso bonzo e con una provocante lince-panterona dai tratti antropomorfi.

«Turandot esercita un cyber-matriarcato radicale, servendosi di immagini video, schermi e proiezioni per incantare i suoi sudditi». E non solo loro: il video è talmente invadente che si fatica a concentrarsi sul resto del palcoscenico, così relegato – ahinoi – in secondo piano. Niente favola, dunque.

E purtroppo nemmeno tragedia: le proiezioni sono invase di sangue e teste mozzate in 3D.  Ma allora dov’è finito l’antico dogma che non si vedano cruenta? Perché l’arcaica dignità della tragedia deve inchinarsi al facile splatter

Dall’alto della loggia imperiale si mostra Turandot. Un raggio di luna la illumina. La Principessa appare quasi incorporea, come una visione. Così vorrebbe Puccini. E invece Turandot entra da un lato, sta più in basso dei suoi sudditi, corporea come non mai nel matronale vestito che ne accentua la stazza. E così addio mistero del vedo e non vedo, addio visione… addio al senso più perturbante di questo immenso lavoro.

Che però si regge in piedi anche da sé, al netto delle orribili trovate registiche. Merito – chiaro – di chi ha composto cotanta partitura, ma gli è buon complice il direttore Valerio Galli, che gestisce la complessissima macchina orchestrale con gusto e attenzione ai complessi equilibri. 

Difficile recensire una prova generale (secondo cast), quando non sempre si canta in voce, quando qualche cantante si trattiene, o almeno così speriamo! Senza dubbio pregevole la prova di Ana Lucrecia Garcia (Turandot), forse un po’ leggera; brava Francesca Sassu nei panni di una Liù interpretata con grande tenerezza. Il Calaf di Antonello Palombi è sommerso per tre quarti della serata dall’orchestra, anche quando si suona piano; i pochi acuti che passano la buca sono ahinoi schiacciati e privi di corpo: anche quel vincerò che tutti attendiamo sin dalla prima nota del terzo atto. I cinici Ping, Pong e Pang sono Sergio Vitale, Pietro Picone e Orlando Polidoro, men in (total) red. Anche loro fatichiamo a sentirli.

Turandot è in scena nel frattempo anche sul palco della Fenice. Un buco nell’acqua anche là (tanto più sonoro se sei a Venezia!), pare di capire. E non si capisce, invece, perché possa fallire il più perfetto gioiello pucciniano. Come sia possibile rendere indigesto questo specchio dei nostri più eroici furori: la morte, il coraggio, la vittoria dell’amore. Come sia tollerabile che qualche fantasia un po’ turbata ci renda respingente questo sogno tremendo di pietà e terrore. Questo straordinario macabro incesto di favola e tragedia.

Giorgio Musolesi

#2 Patchwork galattico

Siamo bombardati quotidianamente da immagini molto forti e spesso assurde nelle varie piattaforme. Dai giornali, alla televisione, su YouTube o sui social network. Basta scorrere la propria home di Facebook per imbattersi in video o foto di animali torturati, donne e uomini in situazioni di estremo pericolo di morte o persone che provano a mangiare una pannocchia infilata in un trapano acceso con il solo risultato di farsi saltare i denti.

Come si può sorprendere un pubblico tanto avvezzo a immagini disturbanti?

Una soluzione sembra averla trovata il regista Fabio Cherstich insieme al collettivo russo AES+F che ci propongono una Turandot ambientata in un futuro fantascientifico citando importantissimi film come Star Wars, Blade Runner, Alien (in particolare lo stile del designer e illustratore Hans Ruedi Giger), Matrix, combinato a una sgargiante scenografia teatrale con video che ci mostrano grotteschi alieni, modelli per intimo Benetton e un leggero sottofondo sessuale che ci potrebbe far inserire tutto ciò nella categoria porno “Hentai tentacolari”.

Il patchwork galattico con poco senso, che scorre per tutta la durata dell’opera, disturba e distoglie l’attenzione dalla scena e spesso anche dalla musica e ci fa vorticare in testa la domanda «Ma perché proprio oggi ho deciso di andare a teatro?»

Sono l’orchestra e il coro del Teatro Comunale di Bologna che ci ricordano il perché, riuscendo a contrastare tanto trash eseguendo con potente e magnifica musicalità l’opera pucciniana.

Da segnalare per l’eccellente interpretazione Mariangela Sicilia nei panni della coraggiosa Liù.

Avete tempo fino al 7 giugno per avventurarvi nella saga del trash a teatro o per decidere di rivendere il vostro abbonamento.

Martina Stracuzzi  

#3 KITSCH!

Prodotto culturale per il consumo di massa che appare avanzato / reiterazione dello stimolo fino alla ridondanza / messaggio prodotto squisitamente per essere consumato / provocazione di effetti e divulgazione di forme consumate in una modalità di operare che si rinnova e prospera ponendo continuamente a frutto le scoperte del suo nemico, l’avanguardia, rese inoffensive e fruibili / cattivo vezzo di concessione a gusti di uan massa che vuole credersi élite (midcult) / in una parola: KITSCH 

Paccottiglia da bazar cinese (tuttoapochieuro) riverniciato da graphic novel distopica (parolatantoabusatadacancellare), con un immaginario vintage (guerrestellari, bladerunner, figurine panini virate in pose D&G, spade laser da carnevale) / rielaborazioni arte più oleografica cinese / patine per non affrontare la musica / renderla fragorosa in impari gara con immagini frastornanti senza requie / per non affrontare la regia / per non ridiscutere l’obsolescenza dello spettacolo d’opera patinando il repertorio.

Favola altrimenti kitsch di quella liberty ambientata A Pekino al tempo delle favole, con teste tagliate infilate su pali intorno alla città lanterne rosse ecc ecc(Ma vogliamo cancellare una volta per tutte l’orribile finale di Alfano-Toscanini e arrenderci all’evidenza che Turandot finisce con la morte di Liù?)

Aristarco Scannabue

#4 Dietro le dietrologie

In un’opera come Turandot viene presentato in scena tutto un portato culturale immaginifico che rappresenta già di per sé un mondo enorme, variegato e screziato, che solitamente è abbastanza imponente e complesso da necessitare semmai di una semplificazione piuttosto che di un ulteriore arrovellamento. Figuriamoci nei primi decenni del ‘900, in un’Europa ammaliata dalle japonaiserie, quanto questo sfondo fosse importante e allettante per il pubblico e quanto Puccini fosse stato scaltro nell’evidenziare questo mondo lontano ed esotico portandolo in scena in maniera così chiara ed equilibrata già nella musica e nei personaggi.

Allora una domanda sorge dopo aver assistito alla generale in Comunale del 25 maggio scorso: cosa c’è dietro l’idea scenografica che caratterizza questo allestimento (AES+F)? Una volontà di far emergere qualcosa che è rimasto sepolto per quasi 100 anni tra le righe della partitura? Un sottotesto che non avevamo colto dai versi di Simoni e Adami? Un appunto del Maestro rimasto nascosto nelle segrete di casa Puccini? 

Me lo chiedo proprio perché non riesco a giustificare la portata di quelle immagini, la loro invadenza, la loro altissima definizione che pretende attenzione, quei corpi così perfettamente rappresentati che ci incollano allo schermo e obbligano i personaggi in scena a un immobilismo wilsoniano che pure cozza con i vivissimi costumi e allestimenti (un po’ pesantuccia l’idea di non variare mai la scena, certo obbligata dagli omoni e donnoni nel retro) che occupano il palco. C’è sicuramente qualcosa in più che questi asettici giganti ci devono dire sulla storia, sulla musica, sul perché di questa rappresentazione, altrimenti non riesco davvero a capacitarmi del primissimo piano che gli viene dato. Ma la domanda è: cosa?

Gli attori, le voci, la musica, tutto sembra contorno, orpello, disturbo di questi loop in 1000k che cementano la scena, occupata appunto – quasi abusivamente – dall’azione musicale e “umana”. 

Musicalmente la rappresentazione si è svolta fluida: l’orchestra davvero in ottima forma, con un direttore puccinianissimo (Valerio Galli) dai gesti tanto oscuri quanto eleganti – ma evidentemente chiari per i professori – che si dedicava con attenzione al palco. Le voci notevoli anche se a volte un po’ sotto l’intensità dell’orchestra sono parse comunque fresche, capaci ed espressive nonostante l’immobilismo imposto dalle proiezioni. Bello e bravo il coro!

Una nota sui costumi (belli e notevoli): non mi è molto chiaro il nesso tra Gheddafi, suo figlio Fidel Castro, una crocerossina, Dracula (quello di Coppola), personaggi monocromi alla Twin Peaks e una Pechino che sembra un’immensa Bikini Botton del 3000. 

Deve essermi sfuggito qualcosa. 

Bernardo Lo Sterzo

#5 C’è della villania on the stage

Da dove cominciare? Il debutto di Turandot al Teatro Comunale, martedì 28 maggio, è stato così pruriginoso che nella redazione di Chorus si è scatenata una furia grafomane, ben superiore al consueto tandem che proponiamo ai nostri lettori in occasione degli spettacoli operistici. Confido dunque nella superiore perizia ordinatrice dei miei colleghi perché venga illustrato il dettaglio di questo spettacolo ed elencarne le bravate. Personalmente, mi riserbo un compito che trovo mi corrisponda meglio, più riflessivo. O provocatorio, se volete. 

Il primo punto di domanda è: gli allestimenti d’opera si libereranno mai più della goffa tirannide delle regie?

La realtà pare rispondere puntualmente in maniera negativa, sfoggiando, anzi, una rivendicazione di soverchieria di questa componente rispetto a qualunque altra. Assistiamo a un neobarocco davvero inguardabile. E con barocco intendo l’accezione spregiativa e non certo storica del termine, che è anzi sinonimo di ricercata eleganza. No, qui vi parlo della moda dell’effimero, della assenza di consequenzialità e di un compiaciuto indugio su situazioni trash, ma disarticolate da qualsiasi morale, come invece sarebbe uso.

Turandot ieri faceva nascere un’altra domanda: ma perché con una regia non ci si può divertire e basta e invece deve eccedere nella stupidità? Un po’ il tono è da ramanzina che si fa ai bimbi: “Carletto, ma non puoi giocare tranquillo invece di fare tutto questo chiasso? Cos’è questo alzare le mani? Gioco di mano gioco di villano!”.

Ecco, c’è della villania on the stage. Maleducazione artistica. L’impressione reiterata è quella di un situazionismo che ignora volutamente le esigenze e le richieste del “genere” opera, che misconosce totalmente l’arte della valorizzazione e della fusione, privilegiando l’accumulo e il sovrasto, che colpevolmente se ne frega degli intenti e dei tempi drammaturgici musicali, che sono cosa precisa e peculiare, da non confondere con i corrispondenti di altre forme sceniche. Tutto ciò è presuntuosamente trascurato e, vi dirò, ne sono convinto, per puri motivi economici e, conseguentemente, di miseria ideologica. 

Così i capolavori subiscono le scazzottature e noi – il pubblico! non i parrucconi criticoni o la fauna delle accademie, sia ben chiaro – con loro.

Terza, ultima, retorica domanda: ma come si permettono?

Ora, invece, valichiamo pure questo step intellettuale. La Turandot di  Fabio Cherstich e del collettivo russo AES+F – tra richiami stucchevoli a un kitsch “folk”, a metà tra grafica da videogame e ciarpame plasticoso da emporio cinese; video con onnipresenti fustacchioni in mutande da pubblicità di Benetton; demenziali richiami a un immaginario fantascientifico che ha il culmine in inspiegabili figure immaginarie di carcerieri alieni che sembrano muoversi su immensi scroti ci dichiara che forse gli autori sono dei brillanti artisti grafici demenziali e non certo dei “visionari” come piace grottescamente dire ai vertici del teatro, ma musica e opera non sono cose loro. 

La magia della fiaba gelida e arcana è umiliata dallo strafare di una regia che, così satura e iperattiva, fra l’altro, mette a dura prova persino la concentrazione sulla musica – e ce ne vuole, eh! Persino la sottolineatura del proto femminismo della principessa riesce a essere sciatto in questo affastellamento nichilista.

Peccato, perché, comunque, non si vuole parlar male tanto per farlo: l’idea di una ambientazione fantascientifica, il dialogo con la videoproiezione, la scenografia pensata per il palco, erano tutte idee registiche suggestive.

E peccato soprattutto perché la preparazione musicale era davvero notevole, con un coro bravissimo, un cast quasi tutto pregevole – brava, brava, brava Mariangela Sicilia in Liù – e la bella direzione, tutta tesa ai colori sontuosi e a volte stravinskiani di Valerio Galli, che però ha dovuto sgomitare e a volte esagerare coi suoni, affinché la musica potesse sottrarre un posticino all’egocentrismo visivo. 

Diego Tripodi

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