Song(s) of Myself – un concerto per Walt Whitman

See, projected through time,

For me an audience interminable…

(W. Whitman, Starting from Paumanok)

… e in effetti il pubblico non mancava. Quasi al completo la sala del teatro dell’Abc (ex cinema teatro Castigilione) per la serata di musica e poesia del 20 maggio. Il collettivo In.Nova Fert, nato in seno al nostro Conservatorio e presto resosi autonomo, presenta in collaborazione con il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna un evento dedicato alla poesia di Walt Whitman, il padre della poesia americana di cui quest’anno celebriamo i duecento anni dalla nascita. Composizioni originali e lettura di testi si susseguono in un continuum che ripercorre le tappe salienti di Leaves of Grass (1855), la raccolta che ha valso la fama del primo cantore del Nuovo Mondo, l’inquieto inquietante bardo di un io protervo e spavaldo. Archiloco, insomma, rinato nel Suffolk. (Ora i puristi storceranno il naso… o music wild!).

Versi, dunque, già detto di chi. Musiche di Livia Malossi, Marco Pedrazzi, Alessio Romeo e Diego Tripodi. Così da fonti ufficiali, perché non c’è programma di sala. Motivo della scelta creare un’arcata unitaria che procedesse senza svelare le paternità di quanto via via ascoltavamo. In pieno spirito da collettivo, un po’ alla Wu Ming. Tanto più che sono in quattro!

Il palco è organizzato in due parti: una zona terrena ospita un consort di flauto, fisarmonica, viola e chitarra; al primo piano clarinetti (varie fogge) e voci: una cantante, due recitanti.

Soprassediamo su queste ultime, che leggono Walt con voce castigata, fuori dizione, con un viscoso tono dimesso. Il leone «barbuto, cotto dal sole, grigio sul collo, repulsivo» finisce per fare la figura del tenero coniglio, del «cucitore di pizzi», per rimanere in un immaginario whitmaniano.

Il comparto musicale è un alternatim di pezzetti d’ambiente (a piano terra) e brani per voce di soprano e clarinetto (al primo piano). Giù, musica in gran parte stucchevole e manierata; richieste agli strumentisti gestualità folkloriche di natura completamente extramusicale – passeggiate per la sala, mani levate al cielo… – che, lungi dal proporre originali sentieri di r.in.nova-mento (vabbè…) linguistico e poetico, conferiscono alla serata accenti indubbiamente grotteschi.

Degni di segnalazione e ben eseguiti, invece, i brani del primo piano. Uniche musiche di spirito veramente whitmaniano: nette, ritmiche, arroganti. Brandelli di testo da quel Song of Myself che dà il titolo alla serata. Bella e convincente l’interpretazione di Maria Teresa Becci (soprano), che sfodera con grande senso del palcoscenico una molteplicitàdi tecniche vocali (e non solo!) che spazia dal canto in voce alla recitazione, dal body percussion a una lettura quasi rappata.

Al netto degli alti e bassi, la serata è costruita con eleganza. E tanto più lodevole è l’idea che la sostanzia, quella di dar voce al primo cantore della modernità, uomo ancor prima che poeta di cui troppo spesso dimentichiamo la statura. Vorrei attaccare, ora, un panegirico di Walt, che immensamente amo, ma forse non è questa la sede. A titolo compensativo, però, lasciatemi chiudere con una manciata di suoi versi (tradotti), perché sia lui a mettere l’ultimo punto…

Ci volteggiamo vicini, tu ed io, e torna

ogni ricordo: fluido, tenero, casto e maturo.

Io aspetto, io non ho dubbi che ancora

io ti rincontrerò,

io devo far sì

ch’io più non ti perda.

(W. Whitman, To a Stranger)

Giorgio Musolesi

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