IL REQUIEM AL MANZONI PER BOLOGNA FESTIVAL: DIALOGHI POSTUMI

Elena: Mai una messa da morto aveva scatenato cotanta felice esuberanza come lo scorso venerdì al Manzoni: pubblico in visibilio, quasi da strappo delle vesti, per Thomas Hengelbrock, fondatore e direttore del Balthasar Neumann Choir & Soloist e del Balthasar Neumann Ensemble, più volte ospite del Bologna Festival negli ultimi anni.

Diego: «Bravi! BRAVI! Finalmente hanno tolto secoli di polvere!». Così urlava ai suoi vicini, un po’ a destra e un po’ a manca, una signora da me poco distante, cercando di vincere il frastuono delle ovazioni che ci circondava, cui contribuiva sonoramente. Un entusiasmo irrefrenabile per quello che, a suo dire, era un restauro meritorio.

E: sarà stato il concerto del secolo, penserete, davvero un peccato avere l’impegno fisso del sushi serale al venerdì, evidentemente vi siete fatti scappare da sotto il naso una perla così preziosa.

D: Ma le cose stavano proprio così? Cercherò di rispondere condividendo con voi delle riflessioni. Innanzitutto, le coordinate: venerdì 10 maggio si è dato un nuovo concerto sinfonico-corale, gemello dell’altro appuntamento, quello händeliano con cui si apriva il Bologna Festival, assai atteso, specie per l’intrigante combinazione della sconosciuta Missa Superba del – ai più – altrettanto oscuro Johann Kaspar Kerll con il mitologico Requiem di Mozart. Da mozartiano militante e simpatizzante barocchista, il concerto aveva sulla carta la mia benedizione. E se certo non son qui a lanciare scomuniche – cosa, fra l’altro, piuttosto ridicola se non si ha un ruolo papesco ben dimostrabile -, debbo appuntarmi per le prossime volte di essere più cauto nella elargizione dei miei favori.

La Balthasar Neumann è una delle tante formazioni europee del vivaio cosiddetto filologico, che negli ultimi decenni ha prodotto uno spaccio incredibilmente numeroso di novità e proposte interpretative. Il problema sta nel fatto che una tale fortunata gemmazione ha finito, come è immaginabile, per intraprendere strade a volte dubbie e, per giunta, neanche troppo giustificate da quella stessa corrente interpretativa.

E: Effettivamente l’esecuzione del Requiem ha goduto di una spettacolarità prorompente e molto innovativa, piuttosto fuori dagli schemi, potremmo dire, delle messe funerarie. Il Dies Irae irrompe prepotentemente, quasi un fulmine del giudizio universale stesse davvero per colpire il teatro, mentre il pubblico, pietrificato, sgrana gli occhi e si paralizza sulla sedia ad ascoltare. Tutto il contrario, invece, avviene con il Lacrimosa, che, al posto di riflettere sulla morte, coinvolge talmente tanto da dover trattenere sulle sedie le signore che si improvvisano cantanti.

D: Però Elena, devi ammetterlo, c’è stato un problema di inflazione: bisognerebbe essere molto approfonditi a riguardo, ma anche solo considerando l’evidente favore di pubblico e la complicità dell’editoria discografica, fare musica su strumenti d’epoca – con imperdonabile colpa equalizzato al fare musica storicamente informata – è divenuto un brand che “fa figo”, ma tutt’altro che sostenibile. Un trend – così pareggiamo con brand – culturale che va dall’editoria al turismo, dalla ristorazione alla… politica. I nostri appartengono a questa deriva, che, intendiamoci, non è di per sé affatto sbagliata, specie se capace di proporre comunque delle letture del repertorio convincenti e piacevoli. Anzi, lo dirò subito, coro ed ensemble sono indubbiamente due bei complessi. Il coro soprattutto ha donato momenti suggestivi, fatti di lodevole precisione e merita tutti gli encomi ricevuti dai quattro angoli del pianeta. Dirò di più, l’esecuzione della Missa di Kerll è stata un vero gioiellino, avvalorato dal merito di far ricadere la scelta su un frutto così bello e trascurato dello sterminato periodo che ci ostiniamo a chiamare unitamente Barocco.

E: Non sono assolutamente d’accordo con te, penso che senza dubbio l’interpretazione del Requiem sia stata tanto originale quanto accattivante, ben studiata per scommettere tutto sulla grandiosità di questa musica così geniale tanto quanto conosciuta. Più che altro io, da classicista poco convinta, davvero non capisco il motivo dell’accostamento: perché per i primi venti minuti ci siamo dovuti sorbire la Messa di Kerll? Per riempire il concerto, a mio avviso, la scelta è ricaduta su una composizione completamente diversa, festosa e allegra, tutt’altro che vicina al dolore del Requiem, con cui per di più hanno preteso di unirla, visto il perentorio blocco degli applausi da parte del Direttore tra un’esecuzione e l’altra, davvero poco gradevole. Oltre a essere anni luce distante dal capolavoro mozartiano, il brano non è nemmeno stato eseguito con tanta convinzione, o meglio, per me è stata evidente la differenza di studio con il Requiem successivo: prima una composizione portata avanti con leggerezza, con una felicità distesa e con dei solisti non troppo convinti, poi uno studio ricercato e approfondito sulla resa della spettacolarità e della grandiosità. È chiaro che il confronto non regge.

D: Che eretica, Elena! Sono davvero convinto che i dubbi invece restino su molte scelte generali e in particolare nell’interpretazione del Requiem. Bisogna avere pazienza, ma non si può millantare una fede filologica ed eseguire Kerll e Mozart con lo stesso diapason o anticipare il cambio di archetto nell’Agnus del primo per poter, a solo fine decorativo, passare senza soluzione di continuità all’Introitus dell’altro (per chi non lo sapesse, l’archetto ha avuto una evoluzione, anche notevole, nel secolo e passa che divide le due opere in questione, che, “filologicamente”, richiedono due modelli ben diversi). Queste che a molti possono sembrare delle “picchioserie” talebane – passatemi un bel regionalismo -, vi assicuro, sono la base e la loro infrazione è quanto basta a stecchire qualunque barocchista.

Così come ho i miei dubbi che il requiem propostoci potesse essere plausibile nella liturgia cattolica di ogni tempo, luogo e dimensione: il brano consegnatoci era sconsacrato, assolutamente emancipato nella retorica, nelle agogiche e nelle dinamiche, tutto preso dai – sacri? – furori di una scrittura che, certamente, è di suo febbrile, ma qui resa al parossismo. Attenzione, non brutto. Per lo meno, non indifferente. D’altronde, come poterlo affermare? Infatti, si trattava di una interpretazione edonistica e smargiassa, fatta per piacere, ma soprattutto colpire. Tuttavia, il pathos finiva per sciuparsi dietro la violenza di un gesto.

Insomma, cercando di farla breve, coro e orchestra sono tecnicamente buoni e affiatati e, al di là di ogni dogmatismo, le interpretazioni che ci hanno presentato sono legittime, ma, onestamente, non è giusto spacciarle per ciò che non sono. Culturalmente è scorretto. E non è una questione di fedeltà al pensiero filologico.

E: Diego, pensala pure come vuoi, ma alla fine il pubblico ha parlato: dopo cinquanta minuti di musica focosa, direttamente proveniente dalle fiamme infernali, aveva già dimenticato quella leggera sonnolenza da cui era stato colpito all’inizio e, preso da un impeto di giovanile energia (nonostante gli usuali 80 anni per gamba, di media), è scattato in piedi eseguendo una nuova Osanna, non più in onore di Cristo salvatore, ma di Thomas Hengelbrock, i suoi solisti e tutto il suo seguito. Finalmente si sblocca quella strana atmosfera di stasi severa, iniziata con l’impedimento degli applausi dopo la Messa, e si possono lodare con tutto il fiato rimasto gli interpreti di un così grande capolavoro.

Quindi, se alla fine di questa pappardella, vi state ancora chiedendo se dovete fustigarvi per aver perso il concerto del secolo, la risposta è “NI”: diciamo che avreste potuto mangiare in fretta il sushi, e arrivare una ventina di minuti più tardi a godervi lo spettacolo, ma avreste fatto arrabbiare moltissimo Hengelbrock, spezzando la solenne continuità del concerto.

D: Oppure avreste potuto arrivare in orario, e poi andare a mangiare il sushi verso le 21, evitando che le fiamme pungenti del Requiem vi facessero rimescolare il salmone nello stomaco: a voi la scelta!

Elena Cazzato & Diego Tripodi

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